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	<title>Claudia Ravaldi &#187; gravidanza</title>
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	<description>Un blog di psicologia, psichiatria e psicoterapia su anoressia, bulimia, ansia, depressione e lutto</description>
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		<title>La carne e il cuore: storie di donne</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 23:01:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Salute femminile]]></category>
		<category><![CDATA[bioetica]]></category>
		<category><![CDATA[gravidanza]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[maternità]]></category>

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 E&#8217; uscito il libro &#8220;La carne e il cuore: storie di donne&#8221; a cura di Carlo Valerio Bellieni, che contiene una lunga intervista alla dott.ssa Claudia Ravaldi sui temi della maternità, dell&#8217;interruzione di gravidanza e della laicità della sua professione medica di fronte ad alcuni importanti temi di bioetica.
Due [...]



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<p> E&#8217; uscito il libro &#8220;La carne e il cuore: storie di donne&#8221; a cura di Carlo Valerio Bellieni, che contiene una lunga <strong>intervista alla dott.ssa Claudia Ravaldi</strong> sui temi della maternità, dell&#8217;interruzione di gravidanza e della laicità della sua professione medica di fronte ad alcuni importanti temi di bioetica.</p>
<li><em>Due femministe, quattro suore, due ginecologi e  una psichiatra: un esplosivo mix che ci trascina con forza  nell&#8217;universo femminile infrangendo tabù e pregiudizi. Dalla diagnosi  prenatale alle bambole, dall&#8217;aborto all&#8217;amore per il corpo: chi sa  quante sorprese riserva il mondo femminile quando si guarda con gli  occhiali giusti?</em></li>
<p><br/><br/></p>
<p style="text-align: left;">In questo post sono riportati alcuni estratti dall&#8217;intervista. Il libro è edito da <strong>Cantagalli</strong> (collana <strong>Il  coraggio di scegliere</strong>), è distribuito in tutte le librerie ed è anche <a href="http://www.ibs.it/code/9788882725204/zzz1k1456/carne-e-il-cuore.html?shop=3270" target="_blank">acquistabile online</a> su IBS.it</p>
<p style="text-align: left;"><span id="more-436"></span></p>
<p><br/><br/></p>
<p style="text-align: left;"><em>A cura di Carlo Valerio Bellieni</em></p>
<p><br/>
<p style="text-align: left;">Una tavola rotonda fra tre medici impegnatissimi nel lavoro con le donne; sono medici di estrazione culturale diversa. Sono ripartiti tra laicità, chiesa cattolica e buddismo, rispettivamente. [...] Rispondono a delle domande-provocazione e ci colpiscono con la loro sincerità. Claudia Ravaldi è una psichiatra, Alessandra Kustermann è una ginecologa, così come Nicola Natale.</p>
<p><br/><br/>
<p style="text-align: left;">[...]
<p><br/><br/>
<p style="text-align: left;"><strong>CVB: </strong><em>Età avanzata: ormai sembra la normalità avere un solo figlio, decidere di farlo sopra i trent’anni: pensa che sia una saggia scelta?</em></p>
<p><br/><strong>CR:</strong> Il contesto sociale e culturale cui apparteniamo sembra scoraggiare l’acquisizione di una posizione adulta e genitoriale nei giovani; viene coltivata una mentalità di de-responsabilizzazione e si privilegia l’investimento sull’immediatezza e sull’autodeterminazione narcisistica. Oggi si compiono più facilmente scelte indirizzate al consumo e al possesso materiale piuttosto che all’acquisizione di strumenti interiori di ascolto, consapevolezza e progettualità.<br />
Il consumo fine a se stesso, la tensione verso il raggiungimento di status esteriorizzanti e centrifughi, allontanano l’individuo da riflessioni evolutive appropriate per età e maturità. Manca (e se presente, è spesso ristretto) uno spazio interiore di riflessione e di auto-determinazione per armonizzare temperamento, personalità, progettualità e fasi evolutive della vita umana, tant’è che alcuni esperti oggi identificano l’inizio dell’età adulta con il compimento dei 30 anni, prolungando l’adolescenza di circa 10 anni, con le ovvie conseguenze. Il benessere materiale e l’agio, producono una riduzione dell’autonomia decisionale e della capacità esplorativa, riducendo la consapevolezza di sé e procrastinando l’acquisizione di una posizione adulta. L’inconsapevolezza, il desiderio narcisistico di auto-soddisfacimento, promosso e sostenuto dalle scelte di legame genitori-figli basate su meccanismi di controllo e di deresponsabilizzazione e di ipercura, negano al giovane uomo e alla giovane donna l’accesso ai propri reali desideri e alla costruzione mentale di un proprio spazio nel mondo adulto e nel mondo genitoriale. Per questi motivi, più che di scelta saggia, parlerei di rimozione inconsapevole. Se potessimo dare ai nostri figli le chiavi personali per accedere con maturità e serenità ad un Io più interiore che apparente, certamente assisteremmo a coppie giovani libere di creare nuove famiglie senza sentirsi per questo malgiudicati o isolati da una società/famiglia di appartenenza assolutamente controllanti e discriminanti verso chi “privilegia” la famiglia e non la carriera e l’autoaffermazione.</p>
<p><br/><br/>
<p style="text-align: left;">[...]</p>
<p><br/><br/>
<p style="text-align: left;"><em><strong>CVB:</strong></em> <em>Nelle recenti discussioni sulla fecondazione in vitro, molto si è discusso sui diritti dell’embrione. Lei crede che l’embrione possa essere considerato un paziente? E il feto?</em></p>
<p><br/>
<p style="text-align: left;"><strong>CR: </strong>comunemente si definisce paziente «colui che riceve cure o attenzioni mediche». Secondo questa definizione, che è l’evoluzione dell’arcaico «colui che soffre», il paziente è chiunque sia oggetto di cure, e dunque il bambino nelle primissime fasi della vita, oggetto di attenzione medica, è secondo me da considerarsi “paziente”.<br />
Nel caso di un bambino in utero, i pazienti sono due: la mamma ed il suo bambino. Di fronte a una donna in gravidanza, i curanti dovrebbero essere consapevoli che agiscono in un momento particolare della vita di una donna, un momento in cui si è “due in uno”: avere presente l’esistenza di questa diade, dare il giusto spazio mentale a tutti i protagonisti di quel momento, permette ai curanti e alla donna di condividere un percorso nel modo più consapevole e più sereno possibile, anche nel caso di situazioni difficili, come ad esempio la diagnosi di patologia fetale o la scelta di applicare la riduzione selettiva in caso di gravidanza plurigemellare. Sapere che c’è un piccolissimo“paziente” (di nome e di fatto, perché accetta, non potendo fare altro, ciò che viene scelto per lui) dentro ad una paziente che è in grado di compiere scelte e di collaborare attivamente con i medici per una cura adeguata a quel caso e a quella circostanza, permette a genitori e curanti di agire cercando di tutelare la salute. Una donna che sceglie di abortire o di rinunciare alle possibili cure per suo figlio è spesso una donna scarsamente informata della presenza di alternative e certamente condizionata dallo scarso valore che ancora oggi si dà alle prime fasi della vita umana, per cui l’embrione e il feto sono ancora visti più come “appendici” amorfe che come persone in divenire e, dunque, come “pazienti” oggetto di cure.</p>
<p><br/><br/>
<p style="text-align: left;">[...]</p>
<p><br/><br/>
<p style="text-align: left;"><em><strong>CVB:</strong> Cosa intende lei con il termine “persona”?</em></p>
<p><br/><strong>CR:</strong> essendo persona un termine che ha assunto oggi una definizione per lo più di tipo giuridico, preferisco parlare di essere umano, termine che abbraccia l’essere vivente dal suo concepimento alla morte. Per esperienza personale, dopo la perdita di mio figlio, avvenuta per morte intrauterina a 38 settimane di gravidanza, mi sono scontrata con l’accezione giuridica del termine persona, che riconosce come tale solo chi è nato vivo. Mio figlio, nato morto, non è una persona (inteso in senso giuridico), quindi non ha alcun diritto, tra cui quello di essere presente nel mio stato di famiglia. Per lo stato, mio figlio non è mai esistito, per me come madre, e per i genitori come me, i nostri bambini<br />
(feti o, in moltissimi casi, embrioni) sono persone, esseri umani, da trattare con rispetto e dignità, anche se molto malati o destinati ad una vita cortissima.</p>
<p><br/><br/>
<p style="text-align: left;">[...]</p>
<p><br/><br/>
<p style="text-align: left;"><em><strong>CVB:</strong> A cosa pensa sia dovuta l’alta media di ecografie prenatali in gravidanze a basso rischio?</em></p>
<p><br/><strong>CR:</strong> L’ecografia ha il pregio di rendere “visibile” all’occhio ciò che altrimenti non potrebbe essere visto: rappresenta dunque un momento di verifica, di rassicurazione rispetto ad eventuali complicanze, ma anche di profonda relazione con il bambino: nei ricordi di gravidanza di molte madri e di molti papà l’ecografia è il momento in cui avviene un incontro privilegiato (ad esempio, i genitori fanno fantasie sulle somiglianze e attribuiscono emozioni al bambino in base alle espressioni del volto). Molti studi ci dicono come l’ecografia rinsaldi il legame genitori-bambino, come per i genitori sia positivo incontrare in modo visivo il bambino e seguirne lo sviluppo. Non a caso i genitori collezionano le immagini ed i video ecografici e le mostrano a parenti e amici con orgoglio, quasi come se l’ecografia fosse un’anticipazione dell’incontro col neonato. Uno spunto di riflessione personale: fare un’ecografia è più veloce e immediato rispetto a insegnare ad una persona a “sentirsi” genitore e, come spesso accade oggi, soddisfa nell’immediato un bisogno, in una sorta di take-away che risponde ad un’esigenza immediata ma non aiuta il genitore a creare altri canali comunicativi con quel bambino. Molte madri ansiose, sia dopo eventi di perdita sia alla prima gravidanza, arrivano a non fidarsi più della loro capacità di contare movimenti fetali, e accolgono volentieri l’offerta del curante: “vieni quando vuoi che diamo un’occhiatina”. Il pericolo è la delega a terzi di un istinto personale e di una capacità connaturata alla maternità, e la sopravvalutazione del canale visivo rispetto ad altri canali sensoriali.</p>
<p><br/><br/>
<p style="text-align: left;">Potete leggere il resto delle interviste alla dott.ssa Ravaldi, alla dott.ssa Kustermann, al dott. Natale, alle giornaliste Alessandra Di Pietro e Paola Tavella e alle suore di clausura Suor Roberta, Suor Mariacarla, Suor Eva e Suor Elena nel libro &#8220;<a href="http://www.ibs.it/code/9788882725204/zzz1k1456/carne-e-il-cuore.html?shop=3270" target="_blank">La carne e il cuore: storie di donne</a>&#8220;, a cura di <a href="http://carlobellieni.splinder.com/post/22189026/Libro+da+non+perdere" target="_blank">Carlo Valerio Bellieni</a>.</p>
<p><br/><br/></p>


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		<title>Come superare il trauma del lutto perinatale</title>
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		<pubDate>Mon, 19 May 2008 00:26:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicotraumatologia]]></category>
		<category><![CDATA[gravidanza]]></category>
		<category><![CDATA[lutto]]></category>

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Intervista di Angela Bisceglia alla dr.ssa Claudia Ravaldi
Da Dolce Attesa – Maggio 2008
Perdere un bambino è sicuramente una vicenda molto triste nella vita di una coppia e, soprattutto nei primi tempi, lascia un senso di vuoto che sembra impossibile superare. &#8220;È importante prendersi tutto il tempo necessario per rielaborare il [...]


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<p><em>Intervista di Angela Bisceglia alla dr.ssa Claudia Ravaldi<br />
Da Dolce Attesa – Maggio 2008</em></p>
<div id="attachment_261" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.psico-terapia.it/wp/wp-content/uploads/2008/05/pepita.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-261 " style="margin: 5px 10px;" title="Lutto in gravidanza" src="http://www.psico-terapia.it/wp/wp-content/uploads/2008/05/pepita-150x133.jpg" alt="Lutto in gravidanza" hspace="10" vspace="5" width="141" height="125" /></a><p class="wp-caption-text">Piccoli Principi, di Giovanni Presutti</p></div>
<p>Perdere un bambino è sicuramente una vicenda molto triste nella vita di una coppia e, soprattutto nei primi tempi, lascia un senso di vuoto che sembra impossibile superare. &#8220;È importante <strong>prendersi tutto il tempo necessario per rielaborare il lutto</strong> che si è vissuto, senza farsi fretta e senza pretendere di cancellarlo dalla propria memoria&#8221;, dice <strong>Claudia Ravaldi, psicoterapeuta e fondatrice dell&#8217;Associazione Ciaolapo Onlus</strong>, nata proprio per offrire un sostegno ai genitori che hanno perso un figlio. &#8220;Quello del dolore è un passaggio obbligato e <strong>la guarigione non può essere resa più rapida</strong>, altrimenti il lutto non verrà superato. Molti genitori cercano un altro figlio al più presto, per colmare il vuoto e soddisfare il bisogno fisico di tenere in braccio una nuova creatura. Ma se le due esperienze sono troppo ravvicinate, la mamma rischia di provare ancora troppo intensamente il dolore della perdita: la conseguenza è che o <strong>si sente in colpa perché crede di dimenticare</strong> o rinnegare in questo modo il precedente bambino o, per scaramanzia, <strong>vive la gravidanza con minore partecipazione</strong>, con distacco, nella paura di affezionarsi al nuovo piccolo.<br />
<span id="more-164"></span><br />
Ci sono donne che non si toccano la pancia o non guardano il monitor quando fanno l&#8217;ecografia, che non preparano nulla per il nascituro, nemmeno il fiocco; molte mamme stanno assai peggio quando si avvicinano alla settimana in cui si è verificata la perdita del bambino precedente, e spesso <strong>cercano in tutti i modi di anticipare la data del parto</strong>. È invece molto importante concentrarsi sull&#8217;unicità di quel che si sta vivendo, coltivare il legame col bambino giorno per giorno e non vivere la gravidanza come &#8216;in apnea&#8217;, in attesa della nascita&#8221;.</p>
<p>Quanto sarebbe meglio aspettare, dunque, prima di riprovarci? &#8220;Ognuno ha i suoi tempi, ma in genere almeno sei-dodici mesi sono necessari&#8221;, risponde Claudia Ravaldi. &#8220;Il momento &#8216;giusto&#8217; può essere <strong>quando sentiamo che la voglia di amare è più forte della paura</strong>, quando la sofferenza si è trasformata in qualcosa di caro da ricordare e pensiamo al piccolo scomparso con tenerezza, dolcezza e non più solo con dolore, consapevoli che non ruberemo niente se ameremo anche un altro bambino&#8221;.</p>
<p>In questa fase di lutto, ma anche successivamente, <strong>è fondamentale non chiudersi in se stesse</strong>. Tante donne tendono a tacere l&#8217;esperienza vissuta come se fosse qualcosa da nascondere o di cui vergognarsi. Invece, è indispensabile informare le persone che ci seguiranno nella nuova gravidanza di quel che è successo, non solo per gli opportuni accertamenti medici, ma anche per avere un adeguato sostegno psicologico.</p>
<p>L&#8217;ideale sarebbe confrontarsi con chi ha già vissuto la stessa esperienza, in modo da poter esternare liberamente i propri sentimenti e le proprie paure. Infine, nel corso della nuova gravidanza è molto importante coinvolgere il papà nel legame con il nuovo bambino, lavorando sul rapporto madre-padre-bambino e sul recupero di un contatto pieno e profondo con il nascituro: esistono tecniche di bonding (che significa proprio &#8216;legame&#8217;) che i genitori possono facilmente imparare dagli educatori prenatali e che, attraverso <strong>semplici esercizi</strong>, consolidano la relazione col bebè e <strong>allentano lo stress dovuto alla paura di perdere anche questo bambino</strong>.</p>
<p><em>Leggi di più su <a href="http://www.ciaolapo.it">www.ciaolapo.it</a><br />
</em></p>

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		<title>Il punto sulla depressione post-partum</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Jan 2007 21:10:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Depressione]]></category>
		<category><![CDATA[Salute femminile]]></category>
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Intervista di Angela Allegria alla dr.ssa Claudia Ravaldi
Da 7Magazine – Gennaio 2007
Sempre più spesso si sente parlare di una forma di depressione di cui soffrono le puerpere nei primi mesi di vita dei nuovi nascituri. La capacità di accettare un nuovo essere che magari si era immaginato in modo diverso, [...]


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<p><em>Intervista di Angela Allegria alla dr.ssa Claudia Ravaldi<br />
Da 7Magazine – Gennaio 2007</em></p>
<p><img class="alignleft" title="depressione post-partum" src="http://www.brownchiro.com/images/pregnancy.jpg" alt="" width="188" height="124" />Sempre più spesso si sente parlare di una forma di depressione di cui soffrono le puerpere nei primi mesi di vita dei nuovi nascituri. La capacità di accettare un nuovo essere che magari si era immaginato in modo diverso, il panico di insuccesso, forse ancora la stanchezza e la tensione accumulata durante i mesi di gravidanza e nelle notti insonni in cui si sentiva piangere il bambino appena nato: questi i motivi che hanno addotto le madri a cui è stato chiesto a cosa potevano ricollegare, secondo la propria esperienza, la c.d. depressione post partum.<br />
Per approfondire il problema, per cercare di capirne di più abbiamo chiesto alla Dott.ssa Claudia Ravaldi, psichiatra e psicoterapeuta, Membro della Società Italiana per lo Studio dei <acronym title="Disturbi del Comportamento Alimentare">DCA</acronym> e della Academy for Eating Disorders.<br />
<span id="more-263"></span><br />
<strong>Quante donne circa hanno la c.d. depressione post partum?</strong><br />
Si calcola che tra il 10 ed il 15 % delle donne dopo la gravidanza vadano incontro ad una forma di depressione post partum. Di queste, circa 1/3 sviluppa la sindrome depressiva piena, con sintomi gravi e duraturi.</p>
<p><strong>Quali sono i fattori che conducono una donna che ha partorito da poco alla c.d. depressione post partum?</strong><br />
I fattori coinvolti sono numerosi: genetici, biologici, esperienziali, ambientali.<br />
Principalmente la vera depressione post partum ha tra i fattori di rischio: avere avuto episodi precedenti di depressione, o aver sofferto di altri disturbi psicologici, come disturbo ossessivo compulsivo, disturbo di panico, varie forme di psicosi.<br />
Tuttavia in alcuni casi la depressione post partum esordisce anche in assenza di precedenti disturbi. In questi casi i fattori determinanti sono l’influenza dei cambiamenti ormonali della gravidanza e dell’allattamento sull’umore, ma anche fattori esterni, che possono funzionare da amplificatore di sintomi depressivi lievi: ad esempio lo scarso supporto sociale, la solitudine, le condizioni economiche precarie, disagi familiari, vissuti familiari difficili nella storia della madre (che rendono difficoltoso il passaggio dal ruolo di figlia al ruolo di genitore), parto traumatico, perdita di precedenti gravidanze.</p>
<p><strong>Come si manifesta?</strong><br />
Generalmente, ma non tutti i casi di depressione post partum hanno lo stesso decorso, si inizia con un profondo senso di disagio e di difficoltà ad affrontare la vita quotidiana col bambino, senso di incapacità o profonda debolezza fisica; tutte queste sensazioni non vengono condivise con gli altri, perchè la madre le legge come strane, e può verognarsene profondamente.<br />
Disturbi del sonno (insonnia grave, ipersonnia), e dell’appetito, scarsa cura di sè, della casa o del bambino (difficoltà a fare la spesa, a fare le lavatrici etc); tutto è vissuto o come a rallentatore, con grande fatica, o convulsamente, con forte ansia e attivazione, senza concedersi un minuto di sosta, nemmeno quando necessario. Molto spesso le madri eseguono i compiti in modo automatico, senza partecipazione emotiva e “contatto” con l’esterno e soprattutto il bambino (lo allattano, ma non lo guardano). Il disagio in questi casi è molto forte, il senso di fallimento profondo, e la paura di “non riuscire a uscirne” è la norma.<br />
Da ciò derivano i pericolosi sensi di colpa rispetto alla propria incapacità come madre e come moglie, che a loro volta possono scatenare decisioni estreme (ad esempio: ti uccido perchè, con una madre così indegna, saresti destinato a soffrire per la vita)</p>
<p><strong>Cosa può provocare?</strong><br />
Essendo un disturbo psichico, ovviamente compromette la propria salute, sia fisica che psicologica, compromette la capacità di socializzare e condividere i problemi, aumenta l’isolamento ed il senso di solitudine e disperazione che se non riconosciuto da un buon ambiente familiare e medico porta poi agli atti auto o etero lesivi.</p>
<p><strong>Un Suo consiglio per superarla?</strong><br />
Per prima cosa la prevenzione: informare le donne di cosa accade fisiologicamente al loro sistema ormonale in gravidanza, e di quali sono i cambiamenti psicologici che naturalmente vengono fatti in questa fase di passaggio da figli a genitori. Insegnare loro a riconoscere i sintomi, a valutarli come tali (e non come difetti di carattere!) e a chiedere  a personale competente. Bastano poche parole alla madre e ai familiari per ottenere una buona osservazione di come vanno le cose.<br />
In caso di depressione post partum è evidente che l’evento di nascita pur atteso e desiderato ha prodotto un forte stress ormonale e psicologico,che necessita di cure per essere risolto.<br />
Intanto riposo e alimentazione corretti, l’utilizzo di blanda attività fisica per aumentare gli “ormoni” positivi, la ricerca di punti di riferimento d’aiuto, interni o esterni alla famiglia (in molti casi i semplici consultori ostetrici sono un grosso aiuto). Anche la delega di semplici compiti (faccende domestiche, cambiare il bambino, cucinare), può essere d’aiuto (le madri hanno spesso l’idea di dover fare tutto da sole, pena il non essere buone madri!).<br />
Recuperare il senso della propria vita e del momento presente vivendo giorno per giorno, ripercorrendo le tappe della gravidanza e ricordando le sensazioni positive. I sintomi sono destinati a diminuire, ci vogliono pazienza, fermezza e sostegno (meglio affiancare al sostegno familiare un sostegno psicoterapeutico o psicologico, per evitare aggravamenti).<br />
Talvolta si arriva alla diagnosi quando già i sintomi sono troppo gravi (apatia o insonnia ostinate, idee suicidiarie o lesive etc…): in questi casi è d’obbligo il supporto farmacologico, e appena possibile il supporto psicologico.</p>

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		<title>La gravidanza è un antidepressivo?</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2006 00:15:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Depressione]]></category>
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La cultura popolare e i media descrivono la gravidanza come periodo di massima realizzazione e felicità nella vita di una donna. Attribuire al periodo della maternità soltanto aspetti e valori positivi, di cui non si può che essere contenti è tuttavia un modo superficiale e arbitrario di affrontare un momento [...]


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<p><img class="alignleft" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Gravidanza e depressione" src="http://www.psico-terapia.it/images/news/30.jpg" alt="" width="228" height="307" />La cultura popolare e i media descrivono la <strong>gravidanza come periodo di massima realizzazione e felicità nella vita di una donna</strong>. Attribuire al periodo della maternità soltanto aspetti e valori positivi, di cui non si può che essere contenti è tuttavia un modo superficiale e arbitrario di affrontare un momento evolutivo importante e complesso che appartiene come tale non soltanto al percorso di vita della donna, ma in senso più generale a quello del compagno e della famiglia nucleare.<br />
Di per sè <strong>la gravidanza è un momento molto delicato</strong>, sia dal punto di vista <span class="evid">psicologico</span> (cambiamenti legati al ruolo e all&#8217;assunzione di responsabilità, ri-esperienza degli antichi legami madre-figlia e familiari), sia dal punto di vista biologico e ormonale. Tali cambiamenti possono naturalmente modificare l&#8217;umore della donna, anche in donne che non hanno mai avuto <strong>problemi di ansia o di depressione</strong>, e provocano comunque un &#8216;fisiologico&#8217; e in molti casi fortunatamente passeggero stato di <span class="evid">stress psicofisico</span>, normalmente avvertito durante la gravidanza come <strong>difficoltà a riposare</strong>, presenza di <strong>pensieri e preoccupazioni legati alla maternità</strong>, maggiore <strong>suscettibilità</strong> nelle relazioni importanti e così via.<br />
Tutti questi cambiamenti nella maggioranza dei casi sono naturalmente accompagnati anche dalla <strong>gioia di diventare madri</strong> e di avere un figlio, e quindi durante l&#8217;attesa nella donna possono coesistere <span class="evid">emozioni, aspettative, stati d&#8217;animo contrastanti</span>, in modo del tutto fisiologico.<br />
<span id="more-149"></span>La <em>gestante mediatica</em> è però un concentrato di <span class="evid">dinamicità, felicità e onnipotenza</span> e sembra non soffrire di alcun tipo di turbamento: porta avanti tutte le sue attività col sorriso sulle labbra, non è mai stanca, lavora fino alla 38 settimana, segue una dieta per restare in forma, riduce al minimo il naturale e fisiologico aumento di peso, organizza perfettamente tutto il suo tempo, ed <strong>è sempre felice</strong>.<br />
Questa icona culturale da un lato, e la tendenza a sminuire i <span class="evid">cambiamenti emotivi</span> di questo periodo dall&#8217;altro hanno degli effetti importanti su come la donna sente di dover vivere la gravidanza; questi messaggi ambigui e superficiali amplificano il disagio nelle donne che non si sentono così euforiche (o che sono stanche, o che prendono peso), e promuovono l&#8217;instaurarsi di <span class="evid">un senso di vergogna o anormalità</span>, aumentando il <strong>disagio</strong> e rendendone difficile la condivisione all’interno della coppia, della famiglia d&#8217;origine e con le persone che più dovrebbero essere competenti in materia (ostetriche, psicologhe, personale medico).<br />
Molte donne durante la gravidanza sperimentano un senso di <span class="evid">inadeguatezza</span> rispetto al ruolo e al modello, e pensano che questo significhi non essere buone madri; percepirsi inadeguate è un importante e generico fattore di rischio per lo sviluppo di <strong>ansia</strong> o <strong>depressione</strong>, e primariamente provoca un senso di <strong>vergogna</strong> che spinge queste mamme al silenzio, impedisce loro di condividere quello che pensano con altre persone e instaura una classico meccanismo di pensiero a circolo vizioso (più penso di essere inadeguata più mi vergogno, più sto chiusa in me stessa, più aumenta l&#8217;angoscia e aumentano i pensieri negativi, più mi sento inadeguata….).<br />
Spesso sintomi inizialmente lievi vengono taciuti e possono provocare in seguito <strong>gravi situazioni ansiose o depressive</strong>, che si ripercuotono negativamente sulla salute della donna e sul benessere del bambino.<br />
Un importante giornale di medicina (JAMA) ha pubblicato in questi giorni uno <a href="http://jama.ama-assn.org/cgi/content/full/295/5/499" target="_blank">studio sulle donne in gravidanza</a>, andando a valutare cosa succede quando le mamme in attesa con storia di <span class="evid">depressione</span> affrontano la gravidanza.<br />
Contrariamente alle credenze popolari sul potere benefico della gravidanza sull&#8217;umore, si è visto che le ricadute depressive avvenivano nella metà dei casi. Tra questi, la percentuale più alta di ricadute si aveva nelle donne che non seguivano alcun trattamento (68%), ma era presente in percentuale non trascurabile (26%) anche nelle donne che seguivano una farmacoterapia.<br />
Questo studio è prezioso per creare una controcultura in grado di valutare con attenzione il <span class="evid">problema dell’umore durante la gravidanza</span>, sia nelle donne con precedenti problemi, sia nelle donne senza storia di disagio psicologico. Comprendere la complessità di un naturale percorso evolutivo, quale è la gravidanza e la maternità può rendere più facile sia l’approccio al disagio emotivo, sia la corretta prevenzione di <strong>ansia e depressione durante la gravidanza</strong>.</p>
<p class="piccolo">L&#8217;immagine è l&#8217;opera &#8216;Maternità&#8217; dell&#8217;artista <a href="http://www.lauradelucaandfriends.it/friends/vernaglia.htm" target="_blank">Renata Vernaglia</a>. Tutti i diritti appartengono ai legittimi proprietari.</p>

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		<title>La depressione post partum: quale prevenzione?</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Jul 2005 23:37:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Depressione]]></category>
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In questi giorni un&#8217;importante rivista medica ha pubblicato una completa ed esauriente review sulla depressione post partum. La depressione post partum riguarda un discreto numero di donne in un delicato momento di passaggio (intorno al secondo &#8211; terzo mese di vita del bambino) e, se non riconosciuta e trattata in [...]


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<p>In questi giorni un&#8217;<a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/entrez/query.fcgi?cmd=Retrieve&amp;db=pubmed&amp;dopt=Abstract&amp;list_uids=15994688&amp;query_hl=8" target="_blank">importante rivista medica</a> ha pubblicato una completa ed esauriente <em>review</em> sulla depressione <em>post partum</em>. La depressione <em>post partum</em> riguarda un discreto numero di donne in un delicato momento di passaggio (intorno al secondo &#8211; terzo mese di vita del bambino) e, se non riconosciuta e trattata in modo giusto, può avere esiti molto gravi per la salute della madre (e conseguentemente per l&#8217;inizio della relazione madre bambino).</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 10px 5px;" title="Depressione post-partum" src="http://www.psico-terapia.it/images/news/12.jpg" alt="Depressione post-partum" width="240" height="144" /> L&#8217;autrice ha esaminato tutta la letteratura scientifica disponibile sull&#8217;argomento, valutando gli studi sulla prevenzione ed il trattamento. Dall&#8217;analisi è emerso che: 1) la frequenza della depressione <em>post partum</em> vera e propria si aggira intorno al 13%, e sembrano più a rischio soggetti con familiarità per depressione o con episodi depressivi precedenti. 2) non ci sono evidenze certe su quale sia il miglior trattamento preventivo per questa patologia, ma è sicuramente preferibile un trattamento individuale rispetto ad uno di gruppo e soprattutto effettuato <strong>dopo il parto</strong>. Un costante e fiducioso rapporto con il proprio medico rimane un punto di forza nella gestione e nel superamento dei sintomi. L&#8217;ascolto partecipe dei disagi della madre dovrebbe dunque fare parte del metodo di cura di ogni professionista coinvolto nel delicato periodo della gravidanza e del <em>post partum</em>.</p>

<p>Altri articoli sullo stesso tema:<ol><li><a href='http://www.psico-terapia.it/wp/120-la-depressione-post-partum-nei-padri-effetti-a-breve-e-medio-termine.html' rel='bookmark' title='Permanent Link: La depressione post partum nei padri: effetti a breve e medio termine'>La depressione post partum nei padri: effetti a breve e medio termine</a></li>
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		<title>La depressione post partum nei padri: effetti a breve e medio termine</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jun 2005 23:52:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Depressione]]></category>
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In letteratura si trovano molti dati riguardo alla depressione post partum che colpisce le madri, generalmente tra i due ed i tre mesi dalla nascita del bambino. Poco si conosce delle modificazioni paterne durante i primi mesi di vita del bambino, e fino ad oggi non erano stati condotti studi [...]


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<p>In letteratura si trovano molti dati riguardo alla depressione <em>post partum</em> che colpisce le madri, generalmente tra i due ed i tre mesi dalla nascita del bambino. Poco si conosce delle modificazioni paterne durante i primi mesi di vita del bambino, e fino ad oggi non erano stati condotti studi di popolazione che valutassero la frequenza del fenomeno ed i suoi possibili effetti sulla crescita dei figli.</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 10px 5px;" title="Depressione post-partum nei padri" src="http://static.guim.co.uk/sys-images/Guardian/Pix/pictures/2008/04/16/toes276.jpg" alt="Depressione post-partum nei padri" width="276" height="166" /> Un grande studio di popolazione pubblicato sulla rivista <a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/entrez/query.fcgi?cmd=Retrieve&amp;db=pubmed&amp;dopt=Abstract&amp;list_uids=15978928&amp;query_hl=1" target="_blank">The Lancet</a> condotto su circa 8000 nuclei familiari ha somministrato gli stessi test ai padri e alle madri, valutando poi l&#8217;andamento a distanza di tre e cinque anni e soprattutto il comportamento dei bambini. Si è visto che circa il 10% delle madri e circa il 4% dei padri riportava sintomi di depressione; in molti nuclei familiari la depressione era presente in ambedue i genitori e, laddove il padre era depresso, i figli riportavano più frequentemente tratti di iperattività e problemi della condotta. L&#8217;attenzione al nucleo familaire e ai cambiamenti legati al passaggio da coppia a famiglia, così come lo sviluppo della funzione genitoriale si confermano importanti al fine di una corretta prevenzione e, dal punto di vista socio-sanitario, per poter fornire risposte adeguate al disagio emotivo in chi si appresta a diventare genitore o lo è diventato da poco.</p>

<p>Altri articoli sullo stesso tema:<ol><li><a href='http://www.psico-terapia.it/wp/263-il-punto-sulla-depressione-post-partum.html' rel='bookmark' title='Permanent Link: Il punto sulla depressione post-partum'>Il punto sulla depressione post-partum</a></li>
<li><a href='http://www.psico-terapia.it/wp/103-la-depressione-post-partum-quale-prevenzione.html' rel='bookmark' title='Permanent Link: La depressione post partum: quale prevenzione?'>La depressione post partum: quale prevenzione?</a></li>
<li><a href='http://www.psico-terapia.it/wp/145-la-depressione-giovanile-come-fattore-di-rischio-per-lobesita.html' rel='bookmark' title='Permanent Link: La depressione giovanile come fattore di rischio per l&#8217;obesità'>La depressione giovanile come fattore di rischio per l&#8217;obesità</a></li>
</ol></p>
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