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	<title>Claudia Ravaldi &#187; genitorialità</title>
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	<description>Un blog di psicologia, psichiatria e psicoterapia su anoressia, bulimia, ansia, depressione e lutto</description>
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		<title>Genitorialità e lutto nella morte perinatale</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 13:02:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicotraumatologia]]></category>
		<category><![CDATA[Salute femminile]]></category>
		<category><![CDATA[genitorialità]]></category>
		<category><![CDATA[lutto]]></category>
		<category><![CDATA[morte perinatale]]></category>

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<p>La storia di un bambino può avere origini molto antiche nella mente dei suoi genitori. Diventare genitori è un <strong>processo</strong> che si estende lungo un arco temporale ampio e non si riduce ad un evento puntiforme sancito dalla nascita del bambino; la genitorialità ha luogo nella mente e nel corpo dei genitori e può avere inizio sul piano esclusivamente ideativo e immaginifico<strong> ben prima che avvenga il concepimento</strong>.</p>
<p>Quando si realizza la gravidanza e il bambino è reale e presente nel ventre materno, prende forma un primo <strong>legame di attaccamento</strong>, che è specifico di quella relazione con quel bambino in quel momento (non siamo di fronte ad una attesa generica, ma viviamo quell’attesa, legata a quel particolare momento storico), e la famiglia inizia a creare un nuovo e fisiologico spazio per accogliere il nascituro. Molto spesso la gioia dell’attesa trasporta i genitori ben oltre il quotidiano, li proietta in un futuro dove la nascita è già avvenuta e la presenza del bambino è finalmente disvelata, e fisicamente definita nel quotidiano familiare; <strong>questa proiezione può avvenire naturalmente fin dalle prime settimane di gravidanza</strong>, a dispetto di ogni tendenza volta a informare la donna delle elevate possibilità di aborto spontaneo o di perdita fetale (Pullen, 2008). Immaginare il nuovo bambino nella propria realtà quotidiana, ristrutturare ed adattare la coppia – famiglia all’ingresso del figlio ha una precisa funzione evolutiva, fa parte di un processo descritto da numerosi autori che si sono occupati negli anni di genitorialità (Righetti e Sette, 2000; Ammaniti 2008). Divenire madre, divenire padre, contrariamente a quanto si possa pensare, non avviene al momento del parto, ma, fisiologicamente, spesso in modo impercettibile e  inconscio durante tutto il percorso di genitorialità.<span id="more-461"></span></p>
<p>Queste premesse sono necessarie per comprendere il lutto perinatale, e per contestualizzare con maggiore precisione i vissuti psichici più comuni delle madri e dei padri colpiti da perdita.<br />
Nel <strong>lutto in gravidanza e dopo il parto</strong> i genitori sono chiamati ad affrontare un difficile percorso in cui l’amore per il bambino perduto e il dolore per la perdita si intrecciano al vissuto dei genitori e lo segnano, modificandone il decorso e entrando a fare parte della loro biografia. L’evento di perdita, profondamente vissuto nell’intimo delle madri e dei genitori, può risultare però poco comprensibile all’esterno, perché si piange un bambino “sconosciuto” al mondo (Kirkley-Best and Kellner, 1982), su cui nessuno, a parte i genitori, i fratellini e talvolta i nonni, ha avuto spazio e tempo per pensare e verso il quale nessun altro ha stabilito un legame di attaccamento.<br />
Bambini preziosissimi per chi li ha sentiti e pensati nella mente e nel corpo, simboli insignificanti per gli altri, portati ad allontanarsi velocemente dal dolore della morte nella convinzione che dimenticare l’evento di perdita e  “intraprendere” velocemente una nuova gravidanza siano l’unico modo possibile per “superare” il trauma. Gli studi sulla resilienza e sull’elaborazione del lutto ci dicono invece che requisiti necessari sono il tempo, il ricordo, l’integrazione dell’evento e delle nostre reazioni ad esso all’interno della nostra vita. Molto lontano dal modello dell’oblio, suggerito dai più. Come ci ricorda un detto popolare spagnolo “<strong>un lutto di cui non si parla è un lutto che non guarisce</strong>”, sottolineando come le “buone parole” possano favorire in primo luogo una narrazione, e poi un’elaborazione dell’evento di perdita.<br />
La morte “<em>all’inizio della vita</em>” è concettualmente difficile da capire  e da accettare, sia da parte di chi ne è colpito direttamente, e che comunque deve farci i conti, sia da parte della società; non è un caso che nella nostra lingua ed in molte altre non sia previsto un termine che indichi il genitore che perde un figlio, (mentre ad esempio in francese c’è un termine preciso, <em>les parent désenfantés</em>).</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 175px"><img class="   " style="margin: 10px;" title="&quot;La culla vuota&quot; Segantini 1881" src="http://bbcc.ibc.regione.emilia-romagna.it/samira/v2fe/thumbs/piacenza/pc004/pc004_01/00000072-med.jpg" alt="&quot;La culla vuota&quot; Segantini 1881" width="165" height="240" /><p class="wp-caption-text">&quot;La culla vuota&quot; Segantini 1881</p></div>
<p>La nostra cultura non trova parole che possano spiegare ciò che di per sé è innaturale e non razionalizzabile (come si può morire prima di nascere?) e senza parole non si formulano pensieri. Un dolore cui non si dà voce è un dolore destinato a restare privato, perché mancano le parole per poterlo definire, pensare e condividere. La morte prenatale  e perinatale e il lutto che ne consegue non hanno dunque un posto sociale, rimangono ancora un <strong>tabù</strong>, scarsamente affrontato,  non solo dalla società, ma anche dai professionisti, da sempre poco preparati ad affrontare il lutto e la morte (Kubler-Ross et al., 1972).<br />
L’elaborazione del lutto è un percorso che ognuno affronta con le proprie risorse e secondo i propri tempi. Il lutto perinatale ha una durata variabile <strong>da sei mesi a circa due anni</strong>, durante i quali le madri ed i padri attraversano l’esperienza luttuosa vivendola nella quotidianità, giorno per giorno. Se assistiti correttamente, i genitori procedono verso la riorganizzazione della propria vita ed hanno un progressivo riadattamento psico-sociale (<strong>resilienza</strong>); per questo sono determinanti il sostegno dell’ambiente circostante e la presenza di risorse specifiche (Hutti, 2005;Cote-Arsenault and Freije, 2004).  Le modalità di elaborazione di un lutto “normale” non possono prescindere dai propri vissuti e dalla propria personalità, ed ogni terapeuta dovrà sostenere la persona in lutto facilitando in essa lo sviluppo delle competenze necessarie all’elaborazione. In nessun caso prendersi cura di una persona in lutto significa prendere il suo posto nel processo decisionale o influenzarne le scelte: <strong>nel lutto in generale, e soprattutto nel lutto perinatale, i consigli, le direttive, le forzature sono inutili e dannose ai fini di una buona elaborazione, così come i giudizi, morali, etici e qualitativi</strong> (es: &#8220;questa reazione mi sembra eccessiva, pensi a chi perde un figlio grande!&#8221;). Ogni genitore, ed ogni famiglia ha la sua storia e le sue peculiari risorse interne. Il ruolo del terapeuta è dunque quello di permettere ai genitori di trovare quello spazio e quel tempo per pensare alla morte e per mettere in atto tutte quelle strategie che servono per elaborare il lutto e per lasciare andare quel bambino con la maggiore serenità possibile (Capitulo, 2005).<br />
Se non adeguatamente elaborato il lutto perinatale può trasformarsi in “lutto complicato”, influenzare negativamente il legame con gli altri figli o la genitorialità futura. La morte perinatale è un fattore di rischio che mina il benessere delle gravidanze successive (Saflund et al., 2002) e <strong>condiziona lo stile di attaccamento genitore-bambino</strong> (Turton et al., 2001;Lamb, 2002;O&#8217;Leary, 2004).</p>
<p>Durante le gravidanze successive ad una perdita perinatale ambedue i genitori possono avere sintomi di ansia e depressione, e sperimentare di nuovo i vissuti appartenenti alla precedente esperienza negativa, oppure possono “negare” la nuova gravidanza, per paura di perderla ancora, sperimentando iperprotettività, ansia, o al contrario, distacco e freddezza (Phipps, 1985;Robertson and Kavanaugh, 1998). Alcune ricerche hanno rilevato che <strong>la morte perinatale rappresenta un fattore di rischio</strong> per lo sviluppo di disturbi psichici nei bambini successivi, tra cui disturbi alimentari dell’infanzia e disturbi dell’attaccamento di tipo disorganizzato (Pinto et al., 2006;Hughes et al., 2001). Accogliere la coppia genitoriale colpita da lutto permette quindi sia di promuovere la salute dei genitori, sia di prevenire il disagio psichico nell’intero nucleo familiare (Saflund and Wredling, 2006;Saflund et al., 2004).</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><img class=" " style="margin: 10px;" title="Il supporto alla coppia" src="http://www.graphics.iparenting.com/photopost/data/599/medium/doctor-and-grieving-couple-photo-250-j-11812922-483x724.jpg" alt="Il supporto alla coppia" width="230" height="150" /><p class="wp-caption-text">Il supporto alla coppia</p></div>
<p>La rete sanitaria e sociale può offrire supporto e aiuto mettendo a disposizione servizi di counseling, e attraverso la distribuzione di materiale di autoaiuto. La presenza di servizi di per sé promuove l’elaborazione dell’evento, perché riduce il senso di solitudine tipico delle prime fasi del lutto e promuove lo sviluppo di risorse personali (Geller et al., 2006).<br />
Le modalità con le quali la perdita viene percepita e comunicata al genitore possono rappresentare un trauma ulteriore, così come le modalità di intervento successive alla diagnosi e il supporto ricevuto durante il parto e le dimissioni. Un’attenzione partecipe ai bisogni dei genitori durante la diagnosi, il parto e le dimissioni dall’ospedale, permettono un migliore recupero e forniscono un indubbio strumento per la resilienza (Ewton, 1993), mentre la malpractice data dall’assenza di supporto complica il percorso aggiungendo un trauma al trauma. <strong>Il sostegno psicologico ed il supporto empatico ai genitori dovrebbero iniziare contestualmente all’evento di perdita</strong>, e divenire parte integrante dell’assistenza ginecologica ed ostetrica, che occupandosi esclusivamente degli aspetti organici e medici minimizza o evita completamente la cura del dolore “psichico” intrinseco alla morte perinatale. Questa scissione corpo – mente, dolore fisico e dolore psichico, riflette molto spesso la mancanza di formazione specifica e, soprattutto, la mancanza di supporto e di spazi condivisi in cui l’equipe possa trovare le risorse per offrire un’assistenza integrata ai genitori (Saflund et al., 2002;McCreight, 2005).<br />
Il lutto perinatale, pur configurandosi come un trauma che necessiterebbe di un immediato soccorso per ridurre l’insorgenza di altri traumi ad esso correlati, è tra i lutti di più difficile gestione, ed è considerato motivo di profondo stress da parte degli operatori (Ravaldi et al., 2007; Ravaldi et al., 2010, in press). Le fasi in cui il ruolo dell’operatore è determinante nel ridurre l’impatto traumatico sono quelle iniziali, in cui la coppia versando in una fase di shock necessita di sostegno e di continuità assistenziale, l’incontro ed il saluto del bambino, e il ritorno a casa (Carr and Knupp, 1985).<br />
Dopo la diagnosi di morte perinatale <strong>la coppia sperimenta uno stato di shock e di profonda disorganizzazione psichica</strong>. Il dolore l’incredulità e lo stordimento sono così intensi e pervasivi da limitare la capacità di comprensione, per cui è possibile che le madri ed i padri abbiano bisogno di tornare più volte su alcuni concetti, di avere spiegazioni chiare e semplici, e di essere guidati nel percorso, anche se dall’esterno può sembrare tutto perfettamente logico e comprensibile Le emozioni ed i vissuti sono molto intensi e variabili da persona a persona nella loro intensità e nel modo di proporsi:distacco, rabbia, depressione, senso di colpa, ma anche dolore, paura, invidia nei confronti delle gravidanze e dei bambini degli altri. L’apparente anestesia emotiva che spesso alcune madri dimostrano fa parte di un comune meccanismo difensivo, che permette al soggetto traumatizzato di entrare lentamente a contatto con il trauma, in modo da non esserne travolto. Nella prima fase di shock c’è sempre un’intensa attività mnesica: ciò che i primi giorni sembra confuso e sfuocato è registrato dettagliatamente nella memoria e i ricordi traumatici riemergono anche a distanza di anni.<br />
Il parto del proprio bambino morto, il poco tempo da condividere con lui, la sua assenza nei giorni successivi: il corpo conserva la “sua” memoria della gravidanza e spesso ripropone per qualche tempo i vissuti relativi alla presenza del bambino (<strong>alcune donne sentono i movimenti nella pancia</strong>, altre hanno l’impressione di <strong>sentire il pianto del loro bambino</strong>, altre ancora <strong>producono latte </strong>e rispondono scarsamente alle terapie inibenti). Molte madri riportano una sensazione sgradevole e dolorosa alle braccia, definita “<strong>la sindrome delle braccia vuote</strong>” che è presente in modo acuto soprattutto nelle prime settimane dopo la perdita ed è legata al venir meno delle funzioni di accudimento. Le madri colpite dal lutto perinatale sperimentano una dolorosa sensazione (sia fisica che mentale) di vuoto e di sbigottimento, estrema tristezza, sentimenti di colpa, di fallimento della funzione materna e isolamento, irritabilità, rabbia. Il ruolo del personale curante è infine quello di restituire ai genitori gli aspetti più costruttivi di quell’esperienza di perdita, incoraggiandoli a vivere passo passo tutte le fasi, dalla diagnosi alla dimissione al meglio delle loro possibilità, sottolineando i loro punti di forza e sostenendoli nei momenti di abbattimento. Riportare l’attenzione su quello che ancora si può fare e sul loro amore di genitori è una funzione centrale del processo di lutto, perché permette ai genitori di affrontare la perdita con tutta la consapevolezza possibile.<br />
Dopo la dimissione dall’ospedale inizia il momento più difficile per i genitori, quello del ritorno alla loro realtà in una veste completamente diversa da quella attesa, e con la dura necessità di confrontarsi con il vuoto lasciato dalla morte di quel bambino tanto atteso: in quei momenti la realtà si manifesta per quella che è, la perdita viene razionalizzata (“<em>ho capito che era successo davvero</em>”) ed insieme al dolore si avverte fortissima la necessità di essere accuditi ed aiutati, e soprattutto di non essere lasciati soli. In questa fase i genitori chiedono più o meno attivamente aiuto, ai familiari, agli amici al loro consultorio o all’ospedale. <strong>La presenza di materiale di autoaiuto e la disponibilità di riferimenti telematici possono essere d’aiuto per una sana elaborazione del lutto</strong> (Capitulo, 2004).<br />
Data però la difficoltà generale nell’affrontare questo lutto, ed in assenza di risorse accessibili, un genitore può ricevere risposte terapeutiche scarsamente utili, se non addirittura dannose.<br />
Tra le più comuni modalità “di cura” del lutto si hanno la patologizzazione del lutto, considerato come una malattia psichiatrica, o la negazione del lutto, in cui il lutto viene banalizzato e il genitore è esortato a superarlo.<br />
La scarsa conoscenza del lutto e la fretta di “guarire” dal lutto-malattia motivano la frequente prescrizione di terapie farmacologiche, soprattutto ansiolitici e antidepressivi, allo scopo di “alleviare il dolore” e ridurre i sintomi fisiologici ad esso correlati, come il pianto o i disturbi del sonno; i farmaci, salvo casi a rischio di lutto complicato, danneggiano il fisiologico percorso di elaborazione del lutto, bloccando la fisiologica risposta neuroendocrina e danneggiando i meccanismi interni di coping.<br />
La banalizzazione dell’evento e dei vissuti ad esso correlati sono <strong>alla base dell’assenza di supporto e della carenza di risorse</strong>; in questi casi la sofferenza è considerata “normale” e il bisogno di aiuto negato (“non sei il primo né l’ultimo, non pensarci e fatti forza”).<br />
Una buona cura consiste nell’affiancare il genitore durante i momenti più salienti del percorso di lutto, dalla diagnosi al parto, dall’incontro col bambino alla dimissione; dopo la dimissione, stabilire una continuità nell’assistenza e pianificare l’utilizzo delle risorse disponibili è in genere di grande aiuto e riduce sensibilmente il senso di solitudine e di isolamento che molti genitori sperimentano. La presenza di una rete di sostegno, formata da ginecologo, ostetrica, psicologo/counselor e gruppi di automutuoaiuto accompagna i genitori dalla “morte” del loro bambino alla loro rinascita, momento in cui, finalmente liberi dalle spire del lutto, possono avere le sufficienti risorse fisiche e psichiche per prepararsi ad essere nuovamente genitori, e per trovare nella loro mente e nei loro gesti uno spazio sufficiente per il nuovo bambino.<br />
Se è vero che ogni bambino perduto merita di essere ricordato, è anche vero che ogni bambino in arrivo merita di essere accolto al meglio per la sua unicità e dovrebbe poter godere di una madre e un padre liberi di lasciarsi andare all’amore, e non impietriti dal dolore e dalla paura.</p>
<h3>Bibliografia</h3>
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