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	<title>Claudia Ravaldi &#187; Salute femminile</title>
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	<description>Un blog di psicologia, psichiatria e psicoterapia su anoressia, bulimia, ansia, depressione e lutto</description>
	<lastBuildDate>Wed, 31 Mar 2010 19:43:25 +0000</lastBuildDate>
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		<title>La morte endouterina: quale supporto per un lutto nascosto?</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Mar 2010 16:30:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicotraumatologia]]></category>
		<category><![CDATA[Salute femminile]]></category>
		<category><![CDATA[lutto]]></category>
		<category><![CDATA[morte perinatale]]></category>

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Se qualcuno le verrà ancora a dire che ha un angelo
in paradiso Rose lo farà nero di botte.
Non sa che farsene di una cosa tanto incorporea.
Vuole un bambino urlante, agitato, affamato assonnato
e perfettamente sveglio alle tre del mattino.
Che se ne fa di un angelo?
Si metterà a gridare se qualcuno le [...]


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<p style="text-align: right;"><em>Se qualcuno le verrà ancora a dire che ha un angelo<br />
in paradiso Rose lo farà nero di botte.<br />
Non sa che farsene di una cosa tanto incorporea.<br />
Vuole un bambino urlante, agitato, affamato assonnato<br />
e perfettamente sveglio alle tre del mattino.<br />
Che se ne fa di un angelo?<br />
Si metterà a gridare se qualcuno le verrà ancora a dire di farne un altro,<br />
come se i bambini, le persone, fossero sostituibili.</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>C. Dunne (La metà di niente)</em></p>
<p style="text-align: right;"><em> </em></p>
<p style="text-align: right;">
<p><span id="more-506"></span><br />
<a href="http://www.fiorineldeserto.it/wp-content/uploads/2010/03/A-volte-è-solo-il-paradiso.jpg"><img class="size-medium wp-image-79" title="A volte è solo il paradiso - foto di Luca Bertinotti" src="http://www.fiorineldeserto.it/wp-content/uploads/2010/03/A-volte-è-solo-il-paradiso-300x207.jpg" alt="A volte è solo il paradiso - foto di Luca Bertinotti" width="300" height="207" align="left" /></a><br />
La nascita di un bambino morto è considerato un evento grave e traumatico, a rischio di promuovere l’esordio di patologia psichiatrica nei genitori colpiti. La perdita di un figlio durante la gravidanza rappresenta una frattura esistenziale per la madre e la coppia, che richiede notevoli sforzi per adattarsi all’evento e poterlo poi elaborare. Per molti genitori quella morte è assimilabile alla morte di una persona cara adulta, e i connotati del lutto sono del tutto sovrapponibili tra questo tipo di lutto e altri tipi di perdite. L’elaborazione del lutto dura dai sei mesi ai due anni circa, e normalmente i genitori impiegano circa tre anni per ritornare ad un livello di serenità sovrapponibile a quello precedente alla perdita.</p>
<p>L’impegno emotivo e cognitivo per i genitori è dunque molto alto, e lo stress adattativo è di notevole entità, al punto che nei primi mesi le energie della coppia vengono quasi tutte investite su questo problema. E’come se la coppia subisse uno stallo, e spesso le differenze nell’elaborazione del lutto tipicamente esistenti tra uomini e donne complicano l’elaborazione, mandando in crisi la coppia, che è a maggior rischio di separazione e divorzio dopo un evento di questo tipo.</p>
<p>La morte intrauterina ha quindi un impatto catastrofico nella vita della donna e della coppia, e gli operatori che accompagnano i genitori dalla diagnosi in poi dovrebbero esercitare una funzione di protezione e contenimento, al fine di  evitare i danni secondari del lutto.</p>
<p>La corretta gestione dell’evento fin nelle sue prime fasi (il trauma ha spesso inizio al momento della diagnosi di morte) migliora l’<em>outcome</em> dei genitori e riduce gli effetti psichici a medio e lungo termine. L’assistenza ai genitori comprende un piano puramente medico/ostetrico (diagnosi induzione del parto, assistenza al parto, dimissioni, visite di <em>follow up</em>, visite pre &#8211; concezionali) e un piano psicologico (assistenza alle diverse fasi del lutto e al recupero di un buon livello di benessere psicofisico). E’ impossibile prescindere da una delle due componenti assistenziali, e sarebbe opportuno che gli operatori, appositamente formati, integrassero le loro competenze permettendo ai genitori di gestire nel modo più consapevole e più lucido possibile l’evento e le scelte ancora possibili rispetto alla gravidanza e al bambino. Tali scelte comprendono tutti i passi dall’induzione del travaglio all’incontro con il bambino, non ultimo il disbrigo delle diverse pratiche burocratiche inerenti la tumulazione.</p>
<p>Molti studi hanno sottolineato l’importanza di una corretta modalità di comunicazione operatori – genitori, evidenziando la necessità di un approccio rispettoso e accogliente dei genitori e di un’informazione corretta e per quanto possibile esauriente rispetto alle cause di morte e alle indagini necessarie. Gli operatori chiamati ad assistere una coppia colpita da morte intrauterina riportano invece notevole <em>distress</em>, senso profondo di difficoltà e di incapacità, insieme alla richiesta di supporto specialistico per poter migliorare le proprie basi assistenziali. Il supporto nel lutto perinatale sembra dunque essere una comune necessità dei genitori e degli operatori coinvolti: il lutto perinatale, inspiegabile e innaturale, evoca vissuti importanti, sia in chi deve portare cure in quel momento, sia in chi avrebbe bisogno di essere curato.</p>
<p>Il vissuto di morte, il vissuto di perdita e il sentore di vuoto incolmabile che si avverte quando muore un bambino è responsabile spesso di notevole difficoltà di adattamento da parte degli operatori, qualunque ruolo essi abbiano: il ginecologo in prima persona, chiamato ad assistere e a spiegare l’accaduto, l’ostetrica, che riveste un ruolo determinante nel supporto attivo alla donna e al parto, l’infermiera, l’anestesista, il pediatra e/o il neonatologo, l’anatomopatologo.</p>
<p>In molti casi gli operatori, anziché integrarsi, “si dividono”, “spezzettando” in senso metaforico l’assistenza anziché accompagnare la donna e la sua famiglia nel doloroso compito di dover dire addio al suo bambino.<br />
<a href="http://www.ciaolapo.it"><img class="size-full wp-image-80" title="Associazione CiaoLapo Onlus" src="http://www.fiorineldeserto.it/wp-content/uploads/2010/03/logo.ciaolapo.new_.png" alt="Associazione CiaoLapo Onlus" width="128" height="148" /></a><br />
Associazioni americane (International Stillbirth Alliance e Hygeia Fundation, Miss Fundation), inglesi (Stillbirth and Neonatal Death Society) e australiane (Perinatal Society of Australian and New Zealand) con esperienza ventennale nel campo del lutto perinatale sottolineano la centralità della condivisione empatica e compassionevole del dolore espresso dai genitori, del dare dignità alla vita di un bambino anche se ha vissuto pochissimo, del comprendere le necessità e i bisogni dei genitori in quella particolare fase. L’associazione Italiana  CiaoLapo Onlus, fondata nel 2006, ha recepito per prima le guidelines internazionali e avviato una serie di campagne di formazione, informazione e ricerca per ridefinire l’assistenza psicologica nel lutto perinatale e strutturare linee guida adeguate al contesto culturale italiano.</p>
<p>La nostra esperienza di ricerca e di ascolto di circa mille tra genitori ed operatori della salute materno infantile ha sottolineato che gli operatori e i genitori considerano l’ascolto, il tempo speso nel dare informazioni e nell’accompagnare nelle diverse fasi del percorso, l’assistenza al momento della diagnosi, del parto e dopo le dimissioni, l’integrazione delle diverse competenze, il rapporto con il territorio e con i gruppi di supporto, on line e dal vivo tra gli elementi centrali di una buona assistenza alla famiglia che ha perduto un bambino.</p>
<p>L’ascolto empatico ha di per sé un grandissimo valore terapeutico: molte madri seppur nel dolore possono riconoscere di essere state tutelate e protette, e questo facilita moltissimo l’instaurarsi di un buon percorso di lutto. Vedere le proprie emozioni rispecchiate e contenute in un operatore, riconoscerle come appropriate e non esagerate, aumenta tantissimo la sensazione di contenimento e la percezione di un proprio ruolo attivo nelle fasi di scelta e nel percorso di lutto.</p>
<p>L’operatore dovrebbe poter riconoscere le proprie emozioni ed i propri pensieri rispetto alla morte e al lutto perinatale, per evitare un possibile condizionamento nell’assistere le famiglie: spesso, per ritrosie personali, molti operatori consigliano la donna non per ciò che è importante per lei, ma per ciò che loro ritengono arbitrariamente giusto, ad esempio sullo spinoso tema del vedere e tenere in braccio il proprio bambino nato morto, dello svolgere la funzione religiosa, di come e quando intraprendere una nuova gravidanza. Va considerato che pur non esistendo una regola generale uguale per tutti, esiste sempre la possibilità di riflettere con quel genitore su cosa è meglio fare per lui in quel momento. Chiedersi cosa è meglio per lui, non significa scegliere noi al suo posto ciò che ci sembra più giusto, sostituendoci a lui, significa accompagnare il genitore a prendere la sua decisione, tenendo conto dei propri personali limiti relativamente al lutto, argomento scarsamente affrontato nei percorsi di formazione.</p>
<p>Molte donne riferiscono di essere state scoraggiate dagli operatori a vedere o prendere in braccio il bambino con frasi ambigue o ansiogene (<em>potrebbe essere uno shock, potrebbe non superare il lutto, meglio che te lo ricordi come te lo sei immaginato</em>), e di pagarne dopo anni le conseguenze. Fare il possibile per lasciare ai genitori un tempo e uno spazio per pensare al da farsi, rende le decisioni prese, qualunque esse siano, più obiettive e più serene, e riduce i futuri sensi di colpa e le immancabili recriminazioni <em>(avrei potuto, non ho avuto il coraggio, sono stata una madre orribile…</em>).</p>
<p><img class="alignleft" src="http://www.ogdenregional.com/dotAsset/22888.jpg" alt="" width="215" height="323" />I protocolli allo studio da parte dell’associazione CiaoLapo Onlus, in collaborazione con alcuni centri ospedalieri e alcuni studiosi di lutto e di psicologia perinatale, si concentrano sia sull’assistenza medica che sull’assistenza psicologica nei diversi momenti clinicamente rilevanti: diagnosi, travaglio, parto, incontro con il bambino, la dimissione, la preparazione dei rituali funebri, il ritorno a casa, le visite di follow up. Nei protocolli vengono fornite indicazioni precise su come prestare assistenza alla coppia e al bambino nato morto, e in molti casi prevedono protocolli di assistenza anche per gli altri familiari (nonni o fratellini). Ogni linea guida costituisce un buon punto di partenza per l’assistenza, anche se sarebbe preferibile personalizzare le cure, adattandole alle esigenze personali di ciascuna coppia. Un’altra parte importante dell’attività di CiaoLapo è la coordinazione in varie città italiane di gruppi di automutuoaiuto, facilitati in coppia da un genitore che ha elaborato il lutto ed è formato specificamente per condurre il gruppo e da uno psicologo formato (per informazioni visitare <a class="linkification-ext" title="Linkification: http://www.ciaolapo.it" href="http://www.ciaolapo.it">www.ciaolapo.it</a>). I gruppi di autoaiuto servono a lavorare su quelle che sono le risorse personali dell&#8217;individuo in modo da elaborare il lutto e ridurre il rischio di avere un lutto complicato da disturbi psichiatrici. Il sostegno sociale di aiuto, sia attraverso i gruppi via chat, che nei gruppi dal vivo, è molto importante per fornire un aiuto tra pari, e per non medicalizzare una situazione fisiologica, come è il lutto, che fa parte della vita e per il quale ogni uomo se messo nella giusta condizione di supporto, può trovare una sua modalità di elaborazione e di riparazione. Il supporto esterno è un normale prolungamento di quello che viene fatto in ospedale: CiaoLapo Onlus lavora in modo integrato, privilegiando il dialogo, la formazione permanente, i momenti di aggregazione e crescita. Negli ultimi tre anni CiaoLapo ha colmato una lacuna culturale, rendendo disponibili studi, ricerche e testi presenti in precedenza soltanto in lingua straniera e creando nuovi testi divulgativi per i genitori e gli operatori, come il libro Piccoli Principi, che l’associazione dona gratuitamente agli ospedali. Il sito internet ospita pagine web contenenti informazioni mediche, psicologiche, e di counseling. Inoltre, nel forum dell’associazione è possibile avere una consulenza con operatori esperti e dialogare con genitori delle proprie esperienze di lutto e di elaborazione.</p>
<p>Concludendo, l’assistenza al lutto in gravidanza o dopo il parto richiede poche nozioni e molto lavoro sul proprio approccio con la morte, e sulla propria capacità di stare accanto al dolore acuto e traumatico. Il sostegno al lutto, sia per l’operatore che per il genitore, richiede la presenza di supporti informativi, di spazi adeguati di intervisione e di ascolto, di una rete integrata tra ospedale e territorio.</p>
<p>Hutti Mh. <em>Social And Professional Support Needs Of Families After Perinatal Loss</em>, J Obstet Gynecol Neonatal Nurs. Sep-Oct;34(5):630-8 2005</p>
<p>Ravaldi C., <em>Piccoli Principi. Perdere Un Bambino In Gravidanza O Dopo Il Parto</em>. Boopen Editore, 2009</p>
<p>Schott J., Henley A., Kohner N., <em>Pregnancy Loss And The Death Of A Baby &#8211; Guidelines For Professionals</em>. Sands Editore 2007</p>
<p>Ravaldi C., <em>Quando Una Vita Dura Nove Mesi: La Cura Della Famiglia </em><em>Colpita Da Morte Perinatale, </em>Educazione Prenatale, Anep, Num 12-13, Giugno – Dicembre 2008</p>
<p>Ravaldi C., Vannacci A<em>., La Gestione Clinica Del Lutto Perinatale Strategie Di Intervento E Linee Guida Internazionali, </em>La Care In Perinatologia, Vol 3, Maggio 2009</p>

<p>Altri articoli sullo stesso tema:<ol><li><a href='http://www.psico-terapia.it/wp/461-genitorialita-e-lutto-nella-morte-prenatale-e-perinatale.html' rel='bookmark' title='Permanent Link: Genitorialità e lutto nella morte perinatale'>Genitorialità e lutto nella morte perinatale</a></li>
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		<title>Genitorialità e lutto nella morte perinatale</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 13:02:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
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La storia di un bambino può avere origini molto antiche nella mente dei suoi genitori. Diventare genitori è un processo che si estende lungo un arco temporale ampio e non si riduce ad un evento puntiforme sancito dalla nascita del bambino; la genitorialità ha luogo nella mente e nel corpo [...]


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<p>La storia di un bambino può avere origini molto antiche nella mente dei suoi genitori. Diventare genitori è un <strong>processo</strong> che si estende lungo un arco temporale ampio e non si riduce ad un evento puntiforme sancito dalla nascita del bambino; la genitorialità ha luogo nella mente e nel corpo dei genitori e può avere inizio sul piano esclusivamente ideativo e immaginifico<strong> ben prima che avvenga il concepimento</strong>.</p>
<p>Quando si realizza la gravidanza e il bambino è reale e presente nel ventre materno, prende forma un primo <strong>legame di attaccamento</strong>, che è specifico di quella relazione con quel bambino in quel momento (non siamo di fronte ad una attesa generica, ma viviamo quell’attesa, legata a quel particolare momento storico), e la famiglia inizia a creare un nuovo e fisiologico spazio per accogliere il nascituro. Molto spesso la gioia dell’attesa trasporta i genitori ben oltre il quotidiano, li proietta in un futuro dove la nascita è già avvenuta e la presenza del bambino è finalmente disvelata, e fisicamente definita nel quotidiano familiare; <strong>questa proiezione può avvenire naturalmente fin dalle prime settimane di gravidanza</strong>, a dispetto di ogni tendenza volta a informare la donna delle elevate possibilità di aborto spontaneo o di perdita fetale (Pullen, 2008). Immaginare il nuovo bambino nella propria realtà quotidiana, ristrutturare ed adattare la coppia – famiglia all’ingresso del figlio ha una precisa funzione evolutiva, fa parte di un processo descritto da numerosi autori che si sono occupati negli anni di genitorialità (Righetti e Sette, 2000; Ammaniti 2008). Divenire madre, divenire padre, contrariamente a quanto si possa pensare, non avviene al momento del parto, ma, fisiologicamente, spesso in modo impercettibile e  inconscio durante tutto il percorso di genitorialità.<span id="more-461"></span></p>
<p>Queste premesse sono necessarie per comprendere il lutto perinatale, e per contestualizzare con maggiore precisione i vissuti psichici più comuni delle madri e dei padri colpiti da perdita.<br />
Nel <strong>lutto in gravidanza e dopo il parto</strong> i genitori sono chiamati ad affrontare un difficile percorso in cui l’amore per il bambino perduto e il dolore per la perdita si intrecciano al vissuto dei genitori e lo segnano, modificandone il decorso e entrando a fare parte della loro biografia. L’evento di perdita, profondamente vissuto nell’intimo delle madri e dei genitori, può risultare però poco comprensibile all’esterno, perché si piange un bambino “sconosciuto” al mondo (Kirkley-Best and Kellner, 1982), su cui nessuno, a parte i genitori, i fratellini e talvolta i nonni, ha avuto spazio e tempo per pensare e verso il quale nessun altro ha stabilito un legame di attaccamento.<br />
Bambini preziosissimi per chi li ha sentiti e pensati nella mente e nel corpo, simboli insignificanti per gli altri, portati ad allontanarsi velocemente dal dolore della morte nella convinzione che dimenticare l’evento di perdita e  “intraprendere” velocemente una nuova gravidanza siano l’unico modo possibile per “superare” il trauma. Gli studi sulla resilienza e sull’elaborazione del lutto ci dicono invece che requisiti necessari sono il tempo, il ricordo, l’integrazione dell’evento e delle nostre reazioni ad esso all’interno della nostra vita. Molto lontano dal modello dell’oblio, suggerito dai più. Come ci ricorda un detto popolare spagnolo “<strong>un lutto di cui non si parla è un lutto che non guarisce</strong>”, sottolineando come le “buone parole” possano favorire in primo luogo una narrazione, e poi un’elaborazione dell’evento di perdita.<br />
La morte “<em>all’inizio della vita</em>” è concettualmente difficile da capire  e da accettare, sia da parte di chi ne è colpito direttamente, e che comunque deve farci i conti, sia da parte della società; non è un caso che nella nostra lingua ed in molte altre non sia previsto un termine che indichi il genitore che perde un figlio, (mentre ad esempio in francese c’è un termine preciso, <em>les parent désenfantés</em>).</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 175px"><img class="   " style="margin: 10px;" title="&quot;La culla vuota&quot; Segantini 1881" src="http://bbcc.ibc.regione.emilia-romagna.it/samira/v2fe/thumbs/piacenza/pc004/pc004_01/00000072-med.jpg" alt="&quot;La culla vuota&quot; Segantini 1881" width="165" height="240" /><p class="wp-caption-text">&quot;La culla vuota&quot; Segantini 1881</p></div>
<p>La nostra cultura non trova parole che possano spiegare ciò che di per sé è innaturale e non razionalizzabile (come si può morire prima di nascere?) e senza parole non si formulano pensieri. Un dolore cui non si dà voce è un dolore destinato a restare privato, perché mancano le parole per poterlo definire, pensare e condividere. La morte prenatale  e perinatale e il lutto che ne consegue non hanno dunque un posto sociale, rimangono ancora un <strong>tabù</strong>, scarsamente affrontato,  non solo dalla società, ma anche dai professionisti, da sempre poco preparati ad affrontare il lutto e la morte (Kubler-Ross et al., 1972).<br />
L’elaborazione del lutto è un percorso che ognuno affronta con le proprie risorse e secondo i propri tempi. Il lutto perinatale ha una durata variabile <strong>da sei mesi a circa due anni</strong>, durante i quali le madri ed i padri attraversano l’esperienza luttuosa vivendola nella quotidianità, giorno per giorno. Se assistiti correttamente, i genitori procedono verso la riorganizzazione della propria vita ed hanno un progressivo riadattamento psico-sociale (<strong>resilienza</strong>); per questo sono determinanti il sostegno dell’ambiente circostante e la presenza di risorse specifiche (Hutti, 2005;Cote-Arsenault and Freije, 2004).  Le modalità di elaborazione di un lutto “normale” non possono prescindere dai propri vissuti e dalla propria personalità, ed ogni terapeuta dovrà sostenere la persona in lutto facilitando in essa lo sviluppo delle competenze necessarie all’elaborazione. In nessun caso prendersi cura di una persona in lutto significa prendere il suo posto nel processo decisionale o influenzarne le scelte: <strong>nel lutto in generale, e soprattutto nel lutto perinatale, i consigli, le direttive, le forzature sono inutili e dannose ai fini di una buona elaborazione, così come i giudizi, morali, etici e qualitativi</strong> (es: &#8220;questa reazione mi sembra eccessiva, pensi a chi perde un figlio grande!&#8221;). Ogni genitore, ed ogni famiglia ha la sua storia e le sue peculiari risorse interne. Il ruolo del terapeuta è dunque quello di permettere ai genitori di trovare quello spazio e quel tempo per pensare alla morte e per mettere in atto tutte quelle strategie che servono per elaborare il lutto e per lasciare andare quel bambino con la maggiore serenità possibile (Capitulo, 2005).<br />
Se non adeguatamente elaborato il lutto perinatale può trasformarsi in “lutto complicato”, influenzare negativamente il legame con gli altri figli o la genitorialità futura. La morte perinatale è un fattore di rischio che mina il benessere delle gravidanze successive (Saflund et al., 2002) e <strong>condiziona lo stile di attaccamento genitore-bambino</strong> (Turton et al., 2001;Lamb, 2002;O&#8217;Leary, 2004).</p>
<p>Durante le gravidanze successive ad una perdita perinatale ambedue i genitori possono avere sintomi di ansia e depressione, e sperimentare di nuovo i vissuti appartenenti alla precedente esperienza negativa, oppure possono “negare” la nuova gravidanza, per paura di perderla ancora, sperimentando iperprotettività, ansia, o al contrario, distacco e freddezza (Phipps, 1985;Robertson and Kavanaugh, 1998). Alcune ricerche hanno rilevato che <strong>la morte perinatale rappresenta un fattore di rischio</strong> per lo sviluppo di disturbi psichici nei bambini successivi, tra cui disturbi alimentari dell’infanzia e disturbi dell’attaccamento di tipo disorganizzato (Pinto et al., 2006;Hughes et al., 2001). Accogliere la coppia genitoriale colpita da lutto permette quindi sia di promuovere la salute dei genitori, sia di prevenire il disagio psichico nell’intero nucleo familiare (Saflund and Wredling, 2006;Saflund et al., 2004).</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><img class=" " style="margin: 10px;" title="Il supporto alla coppia" src="http://www.graphics.iparenting.com/photopost/data/599/medium/doctor-and-grieving-couple-photo-250-j-11812922-483x724.jpg" alt="Il supporto alla coppia" width="230" height="150" /><p class="wp-caption-text">Il supporto alla coppia</p></div>
<p>La rete sanitaria e sociale può offrire supporto e aiuto mettendo a disposizione servizi di counseling, e attraverso la distribuzione di materiale di autoaiuto. La presenza di servizi di per sé promuove l’elaborazione dell’evento, perché riduce il senso di solitudine tipico delle prime fasi del lutto e promuove lo sviluppo di risorse personali (Geller et al., 2006).<br />
Le modalità con le quali la perdita viene percepita e comunicata al genitore possono rappresentare un trauma ulteriore, così come le modalità di intervento successive alla diagnosi e il supporto ricevuto durante il parto e le dimissioni. Un’attenzione partecipe ai bisogni dei genitori durante la diagnosi, il parto e le dimissioni dall’ospedale, permettono un migliore recupero e forniscono un indubbio strumento per la resilienza (Ewton, 1993), mentre la malpractice data dall’assenza di supporto complica il percorso aggiungendo un trauma al trauma. <strong>Il sostegno psicologico ed il supporto empatico ai genitori dovrebbero iniziare contestualmente all’evento di perdita</strong>, e divenire parte integrante dell’assistenza ginecologica ed ostetrica, che occupandosi esclusivamente degli aspetti organici e medici minimizza o evita completamente la cura del dolore “psichico” intrinseco alla morte perinatale. Questa scissione corpo – mente, dolore fisico e dolore psichico, riflette molto spesso la mancanza di formazione specifica e, soprattutto, la mancanza di supporto e di spazi condivisi in cui l’equipe possa trovare le risorse per offrire un’assistenza integrata ai genitori (Saflund et al., 2002;McCreight, 2005).<br />
Il lutto perinatale, pur configurandosi come un trauma che necessiterebbe di un immediato soccorso per ridurre l’insorgenza di altri traumi ad esso correlati, è tra i lutti di più difficile gestione, ed è considerato motivo di profondo stress da parte degli operatori (Ravaldi et al., 2007; Ravaldi et al., 2010, in press). Le fasi in cui il ruolo dell’operatore è determinante nel ridurre l’impatto traumatico sono quelle iniziali, in cui la coppia versando in una fase di shock necessita di sostegno e di continuità assistenziale, l’incontro ed il saluto del bambino, e il ritorno a casa (Carr and Knupp, 1985).<br />
Dopo la diagnosi di morte perinatale <strong>la coppia sperimenta uno stato di shock e di profonda disorganizzazione psichica</strong>. Il dolore l’incredulità e lo stordimento sono così intensi e pervasivi da limitare la capacità di comprensione, per cui è possibile che le madri ed i padri abbiano bisogno di tornare più volte su alcuni concetti, di avere spiegazioni chiare e semplici, e di essere guidati nel percorso, anche se dall’esterno può sembrare tutto perfettamente logico e comprensibile Le emozioni ed i vissuti sono molto intensi e variabili da persona a persona nella loro intensità e nel modo di proporsi:distacco, rabbia, depressione, senso di colpa, ma anche dolore, paura, invidia nei confronti delle gravidanze e dei bambini degli altri. L’apparente anestesia emotiva che spesso alcune madri dimostrano fa parte di un comune meccanismo difensivo, che permette al soggetto traumatizzato di entrare lentamente a contatto con il trauma, in modo da non esserne travolto. Nella prima fase di shock c’è sempre un’intensa attività mnesica: ciò che i primi giorni sembra confuso e sfuocato è registrato dettagliatamente nella memoria e i ricordi traumatici riemergono anche a distanza di anni.<br />
Il parto del proprio bambino morto, il poco tempo da condividere con lui, la sua assenza nei giorni successivi: il corpo conserva la “sua” memoria della gravidanza e spesso ripropone per qualche tempo i vissuti relativi alla presenza del bambino (<strong>alcune donne sentono i movimenti nella pancia</strong>, altre hanno l’impressione di <strong>sentire il pianto del loro bambino</strong>, altre ancora <strong>producono latte </strong>e rispondono scarsamente alle terapie inibenti). Molte madri riportano una sensazione sgradevole e dolorosa alle braccia, definita “<strong>la sindrome delle braccia vuote</strong>” che è presente in modo acuto soprattutto nelle prime settimane dopo la perdita ed è legata al venir meno delle funzioni di accudimento. Le madri colpite dal lutto perinatale sperimentano una dolorosa sensazione (sia fisica che mentale) di vuoto e di sbigottimento, estrema tristezza, sentimenti di colpa, di fallimento della funzione materna e isolamento, irritabilità, rabbia. Il ruolo del personale curante è infine quello di restituire ai genitori gli aspetti più costruttivi di quell’esperienza di perdita, incoraggiandoli a vivere passo passo tutte le fasi, dalla diagnosi alla dimissione al meglio delle loro possibilità, sottolineando i loro punti di forza e sostenendoli nei momenti di abbattimento. Riportare l’attenzione su quello che ancora si può fare e sul loro amore di genitori è una funzione centrale del processo di lutto, perché permette ai genitori di affrontare la perdita con tutta la consapevolezza possibile.<br />
Dopo la dimissione dall’ospedale inizia il momento più difficile per i genitori, quello del ritorno alla loro realtà in una veste completamente diversa da quella attesa, e con la dura necessità di confrontarsi con il vuoto lasciato dalla morte di quel bambino tanto atteso: in quei momenti la realtà si manifesta per quella che è, la perdita viene razionalizzata (“<em>ho capito che era successo davvero</em>”) ed insieme al dolore si avverte fortissima la necessità di essere accuditi ed aiutati, e soprattutto di non essere lasciati soli. In questa fase i genitori chiedono più o meno attivamente aiuto, ai familiari, agli amici al loro consultorio o all’ospedale. <strong>La presenza di materiale di autoaiuto e la disponibilità di riferimenti telematici possono essere d’aiuto per una sana elaborazione del lutto</strong> (Capitulo, 2004).<br />
Data però la difficoltà generale nell’affrontare questo lutto, ed in assenza di risorse accessibili, un genitore può ricevere risposte terapeutiche scarsamente utili, se non addirittura dannose.<br />
Tra le più comuni modalità “di cura” del lutto si hanno la patologizzazione del lutto, considerato come una malattia psichiatrica, o la negazione del lutto, in cui il lutto viene banalizzato e il genitore è esortato a superarlo.<br />
La scarsa conoscenza del lutto e la fretta di “guarire” dal lutto-malattia motivano la frequente prescrizione di terapie farmacologiche, soprattutto ansiolitici e antidepressivi, allo scopo di “alleviare il dolore” e ridurre i sintomi fisiologici ad esso correlati, come il pianto o i disturbi del sonno; i farmaci, salvo casi a rischio di lutto complicato, danneggiano il fisiologico percorso di elaborazione del lutto, bloccando la fisiologica risposta neuroendocrina e danneggiando i meccanismi interni di coping.<br />
La banalizzazione dell’evento e dei vissuti ad esso correlati sono <strong>alla base dell’assenza di supporto e della carenza di risorse</strong>; in questi casi la sofferenza è considerata “normale” e il bisogno di aiuto negato (“non sei il primo né l’ultimo, non pensarci e fatti forza”).<br />
Una buona cura consiste nell’affiancare il genitore durante i momenti più salienti del percorso di lutto, dalla diagnosi al parto, dall’incontro col bambino alla dimissione; dopo la dimissione, stabilire una continuità nell’assistenza e pianificare l’utilizzo delle risorse disponibili è in genere di grande aiuto e riduce sensibilmente il senso di solitudine e di isolamento che molti genitori sperimentano. La presenza di una rete di sostegno, formata da ginecologo, ostetrica, psicologo/counselor e gruppi di automutuoaiuto accompagna i genitori dalla “morte” del loro bambino alla loro rinascita, momento in cui, finalmente liberi dalle spire del lutto, possono avere le sufficienti risorse fisiche e psichiche per prepararsi ad essere nuovamente genitori, e per trovare nella loro mente e nei loro gesti uno spazio sufficiente per il nuovo bambino.<br />
Se è vero che ogni bambino perduto merita di essere ricordato, è anche vero che ogni bambino in arrivo merita di essere accolto al meglio per la sua unicità e dovrebbe poter godere di una madre e un padre liberi di lasciarsi andare all’amore, e non impietriti dal dolore e dalla paura.</p>
<h3>Bibliografia</h3>
<p>Capitulo KL (2004) Perinatal Grief Online. MCN Am J Matern Child Nurs 29: pp 305-311.<br />
Capitulo KL (2005) Evidence for Healing Interventions With Perinatal Bereavement. MCN Am J Matern Child Nurs 30: pp 389-396.<br />
Carr D and Knupp S F (1985) Grief and Perinatal Loss. A Community Hospital Approach to Support. J Obstet Gynecol Neonatal Nurs 14: pp 130-139.<br />
Cote-Arsenault D and Freije M M (2004) Support Groups Helping Women Through Pregnancies After Loss. West J Nurs Res 26: pp 650-670.<br />
Ewton DS (1993) A Perinatal Loss Follow-Up Guide for Primary Care. Nurse Pract 18: pp 30-36.<br />
Geller PA, Psaros C and Kerns D (2006) Web-Based Resources for Health Care Providers and Women Following Pregnancy Loss. J Obstet Gynecol Neonatal Nurs 35: pp 523-532.<br />
Hughes P, Turton P, Hopper E, McGauley G A and Fonagy P (2001) Disorganised Attachment Behaviour Among Infants Born Subsequent to Stillbirth. J Child Psychol Psychiatry 42: pp 791-801.<br />
Hutti MH (2005) Social and Professional Support Needs of Families After Perinatal Loss. J Obstet Gynecol Neonatal Nurs 34: pp 630-638.<br />
Kirkley-Best E and Kellner K R (1982) The Forgotten Grief: a Review of the Psychology of Stillbirth. Am J Orthopsychiatry 52: pp 420-429.<br />
Kubler-Ross E, Wessler S and Avioli L V (1972) On Death and Dying. JAMA 221: pp 174-179.<br />
Lamb EH (2002) The Impact of Previous Perinatal Loss on Subsequent Pregnancy and Parenting. J Perinat Educ 11: pp 33-40.<br />
McCreight BS (2005) Perinatal Grief and Emotional Labour: a Study of Nurses&#8217; Experiences in Gynae Wards. Int J Nurs Stud 42: pp 439-448.<br />
O&#8217;Leary J (2004) Grief and Its Impact on Prenatal Attachment in the Subsequent Pregnancy. Arch Womens Ment Health 7: pp 7-18.<br />
Phipps S (1985) The Subsequent Pregnancy After Stillbirth: Anticipatory Parenthood in the Face of Uncertainty. Int J Psychiatry Med 15: pp 243-264.<br />
Pinto C, Turton P, Hughes P, White S and Gillberg C (2006) ADHD and Infant Disorganized Attachment: a Prospective Study of Children Next-Born After Stillbirth. J Atten Disord 10: pp 83-91.<br />
Ravaldi C., Biagini A., Lapi F., Ricca V., Vannacci A., (2007) The relationship between professional burnout and psychological impact of life events in healthcare professionals involved in stillbirth management. Third annual congress of the International Stillbirth Alliance (ISA) &#8220;Perinatal Loss, improving care and prevention&#8221;, September 29 &#8211; October 2 2007, Birmingham (UK)<br />
Robertson PA and Kavanaugh K (1998) Supporting Parents During and After a Pregnancy Subsequent to a Perinatal Loss. J Perinat Neonatal Nurs 12: pp 63-71.<br />
Saflund K, Sjogren B and Wredling R (2002) Physicians&#8217; Attitudes and Advice Concerning Pregnancy Subsequent to the Birth of a Stillborn Child. J Psychosom Obstet Gynaecol 23: pp 109-115.<br />
Saflund K, Sjogren B and Wredling R (2004) The Role of Caregivers After a Stillbirth: Views and Experiences of Parents. Birth 31: pp 132-137.<br />
Saflund K and Wredling R (2006) Differences Within Couples&#8217; Experience of Their Hospital Care and Well-Being Three Months After Experiencing a Stillbirth. Acta Obstet Gynecol Scand 85: pp 1193-1199.<br />
Turton P, Hughes P, Evans C D and Fainman D (2001) Incidence, Correlates and Predictors of Post-Traumatic Stress Disorder in the Pregnancy After Stillbirth. Br J Psychiatry 178: pp 556-560.</p>

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		<title>La carne e il cuore: storie di donne</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 23:01:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
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 E&#8217; uscito il libro &#8220;La carne e il cuore: storie di donne&#8221; a cura di Carlo Valerio Bellieni, che contiene una lunga intervista alla dott.ssa Claudia Ravaldi sui temi della maternità, dell&#8217;interruzione di gravidanza e della laicità della sua professione medica di fronte ad alcuni importanti temi di bioetica.
Due [...]



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<div class="wp-caption alignleft" style="width: 140px"><a href="http://www.ibs.it/code/9788882725204/zzz1k1456/carne-e-il-cuore.html?shop=3270"><img alt="La carne e il cuore: storie di donne" src="http://giotto.ibs.it/cop/copj13.asp?f=9788882725204" title="La carne e il cuore: storie di donne" width="130"  /></a><p class="wp-caption-text">La carne e il cuore: storie di donne</p></div>
<p> E&#8217; uscito il libro &#8220;La carne e il cuore: storie di donne&#8221; a cura di Carlo Valerio Bellieni, che contiene una lunga <strong>intervista alla dott.ssa Claudia Ravaldi</strong> sui temi della maternità, dell&#8217;interruzione di gravidanza e della laicità della sua professione medica di fronte ad alcuni importanti temi di bioetica.</p>
<li><em>Due femministe, quattro suore, due ginecologi e  una psichiatra: un esplosivo mix che ci trascina con forza  nell&#8217;universo femminile infrangendo tabù e pregiudizi. Dalla diagnosi  prenatale alle bambole, dall&#8217;aborto all&#8217;amore per il corpo: chi sa  quante sorprese riserva il mondo femminile quando si guarda con gli  occhiali giusti?</em></li>
<p><br/><br/></p>
<p style="text-align: left;">In questo post sono riportati alcuni estratti dall&#8217;intervista. Il libro è edito da <strong>Cantagalli</strong> (collana <strong>Il  coraggio di scegliere</strong>), è distribuito in tutte le librerie ed è anche <a href="http://www.ibs.it/code/9788882725204/zzz1k1456/carne-e-il-cuore.html?shop=3270" target="_blank">acquistabile online</a> su IBS.it</p>
<p style="text-align: left;"><span id="more-436"></span></p>
<p><br/><br/></p>
<p style="text-align: left;"><em>A cura di Carlo Valerio Bellieni</em></p>
<p><br/>
<p style="text-align: left;">Una tavola rotonda fra tre medici impegnatissimi nel lavoro con le donne; sono medici di estrazione culturale diversa. Sono ripartiti tra laicità, chiesa cattolica e buddismo, rispettivamente. [...] Rispondono a delle domande-provocazione e ci colpiscono con la loro sincerità. Claudia Ravaldi è una psichiatra, Alessandra Kustermann è una ginecologa, così come Nicola Natale.</p>
<p><br/><br/>
<p style="text-align: left;">[...]
<p><br/><br/>
<p style="text-align: left;"><strong>CVB: </strong><em>Età avanzata: ormai sembra la normalità avere un solo figlio, decidere di farlo sopra i trent’anni: pensa che sia una saggia scelta?</em></p>
<p><br/><strong>CR:</strong> Il contesto sociale e culturale cui apparteniamo sembra scoraggiare l’acquisizione di una posizione adulta e genitoriale nei giovani; viene coltivata una mentalità di de-responsabilizzazione e si privilegia l’investimento sull’immediatezza e sull’autodeterminazione narcisistica. Oggi si compiono più facilmente scelte indirizzate al consumo e al possesso materiale piuttosto che all’acquisizione di strumenti interiori di ascolto, consapevolezza e progettualità.<br />
Il consumo fine a se stesso, la tensione verso il raggiungimento di status esteriorizzanti e centrifughi, allontanano l’individuo da riflessioni evolutive appropriate per età e maturità. Manca (e se presente, è spesso ristretto) uno spazio interiore di riflessione e di auto-determinazione per armonizzare temperamento, personalità, progettualità e fasi evolutive della vita umana, tant’è che alcuni esperti oggi identificano l’inizio dell’età adulta con il compimento dei 30 anni, prolungando l’adolescenza di circa 10 anni, con le ovvie conseguenze. Il benessere materiale e l’agio, producono una riduzione dell’autonomia decisionale e della capacità esplorativa, riducendo la consapevolezza di sé e procrastinando l’acquisizione di una posizione adulta. L’inconsapevolezza, il desiderio narcisistico di auto-soddisfacimento, promosso e sostenuto dalle scelte di legame genitori-figli basate su meccanismi di controllo e di deresponsabilizzazione e di ipercura, negano al giovane uomo e alla giovane donna l’accesso ai propri reali desideri e alla costruzione mentale di un proprio spazio nel mondo adulto e nel mondo genitoriale. Per questi motivi, più che di scelta saggia, parlerei di rimozione inconsapevole. Se potessimo dare ai nostri figli le chiavi personali per accedere con maturità e serenità ad un Io più interiore che apparente, certamente assisteremmo a coppie giovani libere di creare nuove famiglie senza sentirsi per questo malgiudicati o isolati da una società/famiglia di appartenenza assolutamente controllanti e discriminanti verso chi “privilegia” la famiglia e non la carriera e l’autoaffermazione.</p>
<p><br/><br/>
<p style="text-align: left;">[...]</p>
<p><br/><br/>
<p style="text-align: left;"><em><strong>CVB:</strong></em> <em>Nelle recenti discussioni sulla fecondazione in vitro, molto si è discusso sui diritti dell’embrione. Lei crede che l’embrione possa essere considerato un paziente? E il feto?</em></p>
<p><br/>
<p style="text-align: left;"><strong>CR: </strong>comunemente si definisce paziente «colui che riceve cure o attenzioni mediche». Secondo questa definizione, che è l’evoluzione dell’arcaico «colui che soffre», il paziente è chiunque sia oggetto di cure, e dunque il bambino nelle primissime fasi della vita, oggetto di attenzione medica, è secondo me da considerarsi “paziente”.<br />
Nel caso di un bambino in utero, i pazienti sono due: la mamma ed il suo bambino. Di fronte a una donna in gravidanza, i curanti dovrebbero essere consapevoli che agiscono in un momento particolare della vita di una donna, un momento in cui si è “due in uno”: avere presente l’esistenza di questa diade, dare il giusto spazio mentale a tutti i protagonisti di quel momento, permette ai curanti e alla donna di condividere un percorso nel modo più consapevole e più sereno possibile, anche nel caso di situazioni difficili, come ad esempio la diagnosi di patologia fetale o la scelta di applicare la riduzione selettiva in caso di gravidanza plurigemellare. Sapere che c’è un piccolissimo“paziente” (di nome e di fatto, perché accetta, non potendo fare altro, ciò che viene scelto per lui) dentro ad una paziente che è in grado di compiere scelte e di collaborare attivamente con i medici per una cura adeguata a quel caso e a quella circostanza, permette a genitori e curanti di agire cercando di tutelare la salute. Una donna che sceglie di abortire o di rinunciare alle possibili cure per suo figlio è spesso una donna scarsamente informata della presenza di alternative e certamente condizionata dallo scarso valore che ancora oggi si dà alle prime fasi della vita umana, per cui l’embrione e il feto sono ancora visti più come “appendici” amorfe che come persone in divenire e, dunque, come “pazienti” oggetto di cure.</p>
<p><br/><br/>
<p style="text-align: left;">[...]</p>
<p><br/><br/>
<p style="text-align: left;"><em><strong>CVB:</strong> Cosa intende lei con il termine “persona”?</em></p>
<p><br/><strong>CR:</strong> essendo persona un termine che ha assunto oggi una definizione per lo più di tipo giuridico, preferisco parlare di essere umano, termine che abbraccia l’essere vivente dal suo concepimento alla morte. Per esperienza personale, dopo la perdita di mio figlio, avvenuta per morte intrauterina a 38 settimane di gravidanza, mi sono scontrata con l’accezione giuridica del termine persona, che riconosce come tale solo chi è nato vivo. Mio figlio, nato morto, non è una persona (inteso in senso giuridico), quindi non ha alcun diritto, tra cui quello di essere presente nel mio stato di famiglia. Per lo stato, mio figlio non è mai esistito, per me come madre, e per i genitori come me, i nostri bambini<br />
(feti o, in moltissimi casi, embrioni) sono persone, esseri umani, da trattare con rispetto e dignità, anche se molto malati o destinati ad una vita cortissima.</p>
<p><br/><br/>
<p style="text-align: left;">[...]</p>
<p><br/><br/>
<p style="text-align: left;"><em><strong>CVB:</strong> A cosa pensa sia dovuta l’alta media di ecografie prenatali in gravidanze a basso rischio?</em></p>
<p><br/><strong>CR:</strong> L’ecografia ha il pregio di rendere “visibile” all’occhio ciò che altrimenti non potrebbe essere visto: rappresenta dunque un momento di verifica, di rassicurazione rispetto ad eventuali complicanze, ma anche di profonda relazione con il bambino: nei ricordi di gravidanza di molte madri e di molti papà l’ecografia è il momento in cui avviene un incontro privilegiato (ad esempio, i genitori fanno fantasie sulle somiglianze e attribuiscono emozioni al bambino in base alle espressioni del volto). Molti studi ci dicono come l’ecografia rinsaldi il legame genitori-bambino, come per i genitori sia positivo incontrare in modo visivo il bambino e seguirne lo sviluppo. Non a caso i genitori collezionano le immagini ed i video ecografici e le mostrano a parenti e amici con orgoglio, quasi come se l’ecografia fosse un’anticipazione dell’incontro col neonato. Uno spunto di riflessione personale: fare un’ecografia è più veloce e immediato rispetto a insegnare ad una persona a “sentirsi” genitore e, come spesso accade oggi, soddisfa nell’immediato un bisogno, in una sorta di take-away che risponde ad un’esigenza immediata ma non aiuta il genitore a creare altri canali comunicativi con quel bambino. Molte madri ansiose, sia dopo eventi di perdita sia alla prima gravidanza, arrivano a non fidarsi più della loro capacità di contare movimenti fetali, e accolgono volentieri l’offerta del curante: “vieni quando vuoi che diamo un’occhiatina”. Il pericolo è la delega a terzi di un istinto personale e di una capacità connaturata alla maternità, e la sopravvalutazione del canale visivo rispetto ad altri canali sensoriali.</p>
<p><br/><br/>
<p style="text-align: left;">Potete leggere il resto delle interviste alla dott.ssa Ravaldi, alla dott.ssa Kustermann, al dott. Natale, alle giornaliste Alessandra Di Pietro e Paola Tavella e alle suore di clausura Suor Roberta, Suor Mariacarla, Suor Eva e Suor Elena nel libro &#8220;<a href="http://www.ibs.it/code/9788882725204/zzz1k1456/carne-e-il-cuore.html?shop=3270" target="_blank">La carne e il cuore: storie di donne</a>&#8220;, a cura di <a href="http://carlobellieni.splinder.com/post/22189026/Libro+da+non+perdere" target="_blank">Carlo Valerio Bellieni</a>.</p>
<p><br/><br/></p>


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		<title>Dimensione Donna</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2007 00:25:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Disturbi alimentari]]></category>
		<category><![CDATA[Salute femminile]]></category>
		<category><![CDATA[alimentazione]]></category>
		<category><![CDATA[anoressia]]></category>
		<category><![CDATA[bulimia]]></category>

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Si segnala l&#8217;incontro con la dott.ssa Claudia Ravaldi dal titolo &#8220;I disturbi alimentari tra anoressia, bulimia e alimentazione incontrollata: quando il disagio si comunica con il cibo&#8221; organizzato dal Comune di Prato, circoscrizione Prato Nord, giovedì 31 Maggio 2007 alle ore 21.15, presso Villa Fiorelli, via di Galceti 64 Prato [...]



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<a href="http://www.psico-terapia.it/images/volantino-ravaldi.pdf" target="_blank">Scarica il volantino in pdf</a></p>


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		<title>Il punto sulla depressione post-partum</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Jan 2007 21:10:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Depressione]]></category>
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Intervista di Angela Allegria alla dr.ssa Claudia Ravaldi
Da 7Magazine – Gennaio 2007
Sempre più spesso si sente parlare di una forma di depressione di cui soffrono le puerpere nei primi mesi di vita dei nuovi nascituri. La capacità di accettare un nuovo essere che magari si era immaginato in modo diverso, [...]


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<p><em>Intervista di Angela Allegria alla dr.ssa Claudia Ravaldi<br />
Da 7Magazine – Gennaio 2007</em></p>
<p><img class="alignleft" title="depressione post-partum" src="http://www.brownchiro.com/images/pregnancy.jpg" alt="" width="188" height="124" />Sempre più spesso si sente parlare di una forma di depressione di cui soffrono le puerpere nei primi mesi di vita dei nuovi nascituri. La capacità di accettare un nuovo essere che magari si era immaginato in modo diverso, il panico di insuccesso, forse ancora la stanchezza e la tensione accumulata durante i mesi di gravidanza e nelle notti insonni in cui si sentiva piangere il bambino appena nato: questi i motivi che hanno addotto le madri a cui è stato chiesto a cosa potevano ricollegare, secondo la propria esperienza, la c.d. depressione post partum.<br />
Per approfondire il problema, per cercare di capirne di più abbiamo chiesto alla Dott.ssa Claudia Ravaldi, psichiatra e psicoterapeuta, Membro della Società Italiana per lo Studio dei <acronym title="Disturbi del Comportamento Alimentare">DCA</acronym> e della Academy for Eating Disorders.<br />
<span id="more-263"></span><br />
<strong>Quante donne circa hanno la c.d. depressione post partum?</strong><br />
Si calcola che tra il 10 ed il 15 % delle donne dopo la gravidanza vadano incontro ad una forma di depressione post partum. Di queste, circa 1/3 sviluppa la sindrome depressiva piena, con sintomi gravi e duraturi.</p>
<p><strong>Quali sono i fattori che conducono una donna che ha partorito da poco alla c.d. depressione post partum?</strong><br />
I fattori coinvolti sono numerosi: genetici, biologici, esperienziali, ambientali.<br />
Principalmente la vera depressione post partum ha tra i fattori di rischio: avere avuto episodi precedenti di depressione, o aver sofferto di altri disturbi psicologici, come disturbo ossessivo compulsivo, disturbo di panico, varie forme di psicosi.<br />
Tuttavia in alcuni casi la depressione post partum esordisce anche in assenza di precedenti disturbi. In questi casi i fattori determinanti sono l’influenza dei cambiamenti ormonali della gravidanza e dell’allattamento sull’umore, ma anche fattori esterni, che possono funzionare da amplificatore di sintomi depressivi lievi: ad esempio lo scarso supporto sociale, la solitudine, le condizioni economiche precarie, disagi familiari, vissuti familiari difficili nella storia della madre (che rendono difficoltoso il passaggio dal ruolo di figlia al ruolo di genitore), parto traumatico, perdita di precedenti gravidanze.</p>
<p><strong>Come si manifesta?</strong><br />
Generalmente, ma non tutti i casi di depressione post partum hanno lo stesso decorso, si inizia con un profondo senso di disagio e di difficoltà ad affrontare la vita quotidiana col bambino, senso di incapacità o profonda debolezza fisica; tutte queste sensazioni non vengono condivise con gli altri, perchè la madre le legge come strane, e può verognarsene profondamente.<br />
Disturbi del sonno (insonnia grave, ipersonnia), e dell’appetito, scarsa cura di sè, della casa o del bambino (difficoltà a fare la spesa, a fare le lavatrici etc); tutto è vissuto o come a rallentatore, con grande fatica, o convulsamente, con forte ansia e attivazione, senza concedersi un minuto di sosta, nemmeno quando necessario. Molto spesso le madri eseguono i compiti in modo automatico, senza partecipazione emotiva e “contatto” con l’esterno e soprattutto il bambino (lo allattano, ma non lo guardano). Il disagio in questi casi è molto forte, il senso di fallimento profondo, e la paura di “non riuscire a uscirne” è la norma.<br />
Da ciò derivano i pericolosi sensi di colpa rispetto alla propria incapacità come madre e come moglie, che a loro volta possono scatenare decisioni estreme (ad esempio: ti uccido perchè, con una madre così indegna, saresti destinato a soffrire per la vita)</p>
<p><strong>Cosa può provocare?</strong><br />
Essendo un disturbo psichico, ovviamente compromette la propria salute, sia fisica che psicologica, compromette la capacità di socializzare e condividere i problemi, aumenta l’isolamento ed il senso di solitudine e disperazione che se non riconosciuto da un buon ambiente familiare e medico porta poi agli atti auto o etero lesivi.</p>
<p><strong>Un Suo consiglio per superarla?</strong><br />
Per prima cosa la prevenzione: informare le donne di cosa accade fisiologicamente al loro sistema ormonale in gravidanza, e di quali sono i cambiamenti psicologici che naturalmente vengono fatti in questa fase di passaggio da figli a genitori. Insegnare loro a riconoscere i sintomi, a valutarli come tali (e non come difetti di carattere!) e a chiedere  a personale competente. Bastano poche parole alla madre e ai familiari per ottenere una buona osservazione di come vanno le cose.<br />
In caso di depressione post partum è evidente che l’evento di nascita pur atteso e desiderato ha prodotto un forte stress ormonale e psicologico,che necessita di cure per essere risolto.<br />
Intanto riposo e alimentazione corretti, l’utilizzo di blanda attività fisica per aumentare gli “ormoni” positivi, la ricerca di punti di riferimento d’aiuto, interni o esterni alla famiglia (in molti casi i semplici consultori ostetrici sono un grosso aiuto). Anche la delega di semplici compiti (faccende domestiche, cambiare il bambino, cucinare), può essere d’aiuto (le madri hanno spesso l’idea di dover fare tutto da sole, pena il non essere buone madri!).<br />
Recuperare il senso della propria vita e del momento presente vivendo giorno per giorno, ripercorrendo le tappe della gravidanza e ricordando le sensazioni positive. I sintomi sono destinati a diminuire, ci vogliono pazienza, fermezza e sostegno (meglio affiancare al sostegno familiare un sostegno psicoterapeutico o psicologico, per evitare aggravamenti).<br />
Talvolta si arriva alla diagnosi quando già i sintomi sono troppo gravi (apatia o insonnia ostinate, idee suicidiarie o lesive etc…): in questi casi è d’obbligo il supporto farmacologico, e appena possibile il supporto psicologico.</p>

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		<title>La gravidanza è un antidepressivo?</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2006 00:15:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Depressione]]></category>
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La cultura popolare e i media descrivono la gravidanza come periodo di massima realizzazione e felicità nella vita di una donna. Attribuire al periodo della maternità soltanto aspetti e valori positivi, di cui non si può che essere contenti è tuttavia un modo superficiale e arbitrario di affrontare un momento [...]


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<p><img class="alignleft" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Gravidanza e depressione" src="http://www.psico-terapia.it/images/news/30.jpg" alt="" width="228" height="307" />La cultura popolare e i media descrivono la <strong>gravidanza come periodo di massima realizzazione e felicità nella vita di una donna</strong>. Attribuire al periodo della maternità soltanto aspetti e valori positivi, di cui non si può che essere contenti è tuttavia un modo superficiale e arbitrario di affrontare un momento evolutivo importante e complesso che appartiene come tale non soltanto al percorso di vita della donna, ma in senso più generale a quello del compagno e della famiglia nucleare.<br />
Di per sè <strong>la gravidanza è un momento molto delicato</strong>, sia dal punto di vista <span class="evid">psicologico</span> (cambiamenti legati al ruolo e all&#8217;assunzione di responsabilità, ri-esperienza degli antichi legami madre-figlia e familiari), sia dal punto di vista biologico e ormonale. Tali cambiamenti possono naturalmente modificare l&#8217;umore della donna, anche in donne che non hanno mai avuto <strong>problemi di ansia o di depressione</strong>, e provocano comunque un &#8216;fisiologico&#8217; e in molti casi fortunatamente passeggero stato di <span class="evid">stress psicofisico</span>, normalmente avvertito durante la gravidanza come <strong>difficoltà a riposare</strong>, presenza di <strong>pensieri e preoccupazioni legati alla maternità</strong>, maggiore <strong>suscettibilità</strong> nelle relazioni importanti e così via.<br />
Tutti questi cambiamenti nella maggioranza dei casi sono naturalmente accompagnati anche dalla <strong>gioia di diventare madri</strong> e di avere un figlio, e quindi durante l&#8217;attesa nella donna possono coesistere <span class="evid">emozioni, aspettative, stati d&#8217;animo contrastanti</span>, in modo del tutto fisiologico.<br />
<span id="more-149"></span>La <em>gestante mediatica</em> è però un concentrato di <span class="evid">dinamicità, felicità e onnipotenza</span> e sembra non soffrire di alcun tipo di turbamento: porta avanti tutte le sue attività col sorriso sulle labbra, non è mai stanca, lavora fino alla 38 settimana, segue una dieta per restare in forma, riduce al minimo il naturale e fisiologico aumento di peso, organizza perfettamente tutto il suo tempo, ed <strong>è sempre felice</strong>.<br />
Questa icona culturale da un lato, e la tendenza a sminuire i <span class="evid">cambiamenti emotivi</span> di questo periodo dall&#8217;altro hanno degli effetti importanti su come la donna sente di dover vivere la gravidanza; questi messaggi ambigui e superficiali amplificano il disagio nelle donne che non si sentono così euforiche (o che sono stanche, o che prendono peso), e promuovono l&#8217;instaurarsi di <span class="evid">un senso di vergogna o anormalità</span>, aumentando il <strong>disagio</strong> e rendendone difficile la condivisione all’interno della coppia, della famiglia d&#8217;origine e con le persone che più dovrebbero essere competenti in materia (ostetriche, psicologhe, personale medico).<br />
Molte donne durante la gravidanza sperimentano un senso di <span class="evid">inadeguatezza</span> rispetto al ruolo e al modello, e pensano che questo significhi non essere buone madri; percepirsi inadeguate è un importante e generico fattore di rischio per lo sviluppo di <strong>ansia</strong> o <strong>depressione</strong>, e primariamente provoca un senso di <strong>vergogna</strong> che spinge queste mamme al silenzio, impedisce loro di condividere quello che pensano con altre persone e instaura una classico meccanismo di pensiero a circolo vizioso (più penso di essere inadeguata più mi vergogno, più sto chiusa in me stessa, più aumenta l&#8217;angoscia e aumentano i pensieri negativi, più mi sento inadeguata….).<br />
Spesso sintomi inizialmente lievi vengono taciuti e possono provocare in seguito <strong>gravi situazioni ansiose o depressive</strong>, che si ripercuotono negativamente sulla salute della donna e sul benessere del bambino.<br />
Un importante giornale di medicina (JAMA) ha pubblicato in questi giorni uno <a href="http://jama.ama-assn.org/cgi/content/full/295/5/499" target="_blank">studio sulle donne in gravidanza</a>, andando a valutare cosa succede quando le mamme in attesa con storia di <span class="evid">depressione</span> affrontano la gravidanza.<br />
Contrariamente alle credenze popolari sul potere benefico della gravidanza sull&#8217;umore, si è visto che le ricadute depressive avvenivano nella metà dei casi. Tra questi, la percentuale più alta di ricadute si aveva nelle donne che non seguivano alcun trattamento (68%), ma era presente in percentuale non trascurabile (26%) anche nelle donne che seguivano una farmacoterapia.<br />
Questo studio è prezioso per creare una controcultura in grado di valutare con attenzione il <span class="evid">problema dell’umore durante la gravidanza</span>, sia nelle donne con precedenti problemi, sia nelle donne senza storia di disagio psicologico. Comprendere la complessità di un naturale percorso evolutivo, quale è la gravidanza e la maternità può rendere più facile sia l’approccio al disagio emotivo, sia la corretta prevenzione di <strong>ansia e depressione durante la gravidanza</strong>.</p>
<p class="piccolo">L&#8217;immagine è l&#8217;opera &#8216;Maternità&#8217; dell&#8217;artista <a href="http://www.lauradelucaandfriends.it/friends/vernaglia.htm" target="_blank">Renata Vernaglia</a>. Tutti i diritti appartengono ai legittimi proprietari.</p>

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		<title>Il ciuccio aiuta nella prevenzione della SIDS (morte in culla)</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2005 00:09:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Salute femminile]]></category>
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Secondo un recente studio pubblicato dalla rivista Pediatrics, l&#8217;utilizzo del ciuccio durante il sonno è in grado di diminuire il rischio di incorrere nella sindrome della morte improvvisa del lattante (SIDS, la cosiddetta &#8216;morte in culla o &#8216;morte bianca&#8217;).
La metanalisi condotta da Hauck e collaboratori ha esaminato i 384 studi [...]


Altri articoli sullo stesso tema:<ol><li><a href='http://www.psico-terapia.it/wp/461-genitorialita-e-lutto-nella-morte-prenatale-e-perinatale.html' rel='bookmark' title='Permanent Link: Genitorialità e lutto nella morte perinatale'>Genitorialità e lutto nella morte perinatale</a></li>
<li><a href='http://www.psico-terapia.it/wp/114-luso-del-computer-nella-psicoterapia-cognitiva-della-depressione.html' rel='bookmark' title='Permanent Link: L&#8217;uso del computer nella psicoterapia cognitiva della depressione'>L&#8217;uso del computer nella psicoterapia cognitiva della depressione</a></li>
<li><a href='http://www.psico-terapia.it/wp/103-la-depressione-post-partum-quale-prevenzione.html' rel='bookmark' title='Permanent Link: La depressione post partum: quale prevenzione?'>La depressione post partum: quale prevenzione?</a></li>
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<p><img class="alignleft" style="margin: 5px 10px;" title="Ciuccio e SIDS" src="http://mommyspeechtherapy.com/wp-content/uploads/2007/05/pacifier2.jpg" alt="" width="305" height="202" />Secondo un recente studio pubblicato dalla rivista <a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/entrez/query.fcgi?cmd=Retrieve&amp;db=pubmed&amp;dopt=Abstract&amp;list_uids=16216900&amp;query_hl=6" target="_blank">Pediatrics</a>, l&#8217;utilizzo del ciuccio durante il sonno è in grado di diminuire il rischio di incorrere nella <span class="evid">sindrome della morte improvvisa del lattante</span> (<acronym title="Sudden Infant Death Syndrome">SIDS</acronym>, la cosiddetta &#8216;morte in culla o &#8216;morte bianca&#8217;).<br />
La metanalisi condotta da Hauck e collaboratori ha esaminato i 384 studi pubblicati tra il 1966 ed il 2004 sull&#8217;argomento, giungendo alla conclusione che <span class="evid">l&#8217;utilizzo del ciuccio diminuisce il rischio di <acronym title="Sudden Infant Death Syndrome">SIDS</acronym></span> di un valore variabile dal 30% al 60%, specialmente quando utilizzato <strong>durante il sonno</strong>, sia quello notturno, sia i sonnellini durante il giorno.<br />
In particolare, gli autori hanno calcolato che con l&#8217;utilizzo sistematico del ciuccio si potrebbe evitare una morte per <acronym title="Sudden Infant Death Syndrome">SIDS</acronym> ogni 2733 bambini.<br />
I risultati di questo studio sono stati talmente significativi da indurre la <a href="http://www.ahrq.gov/clinic/uspstfix.htm" target="_blank">Task Force Americana per i Servizi Preventivi</a> a modificare le <a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/entrez/query.fcgi?cmd=Retrieve&amp;db=pubmed&amp;dopt=Abstract&amp;list_uids=16216901&amp;query_hl=6" target="_blank">linee-guida</a> pediatriche per la <span class="evid">prevenzione della morte in culla</span>.<span id="more-141"></span></p>
<p>Allo stato attuale delle cose, queste sono le raccomandazioni della Task Force della Accademia Americana dei Pediatri per prevenire la sindrome della morte improvvisa del lattante:</p>
<ol>
<li><strong>Far dormire il bambino in posizione supina</strong>: sia la posizione prona che quella laterale sono state associate ad un maggior rischio di <acronym title="Sudden Infant Death Syndrome">SIDS</acronym> rispetto alla posizione supina (&#8216;back to sleep&#8217;).</li>
<li><strong>Far dormire il bambino su una superficie rigida</strong>: un materasso rigido da lettino è l&#8217;ideale.</li>
<li><strong>Evitare la presenza nel lettino di oggetti soffici</strong>: sia i peluche, sia le coperte non rincalzate possono rappresentare una forma di rischio.</li>
<li><strong>Evitare il fumo</strong>: sia il fumo durante la gravidanza, sia l&#8217;esposizione del lattante al fumo passivo si associano ad un aumentato rischio di <acronym title="Sudden Infant Death Syndrome">SIDS</acronym>.</li>
<li><strong>Far dormire il bambino in un letto separato dai genitori ma comunque vicino</strong>: il rischio di <acronym title="Sudden Infant Death Syndrome">SIDS</acronym> diminuisce quando il bambino dorme vicino alla madre, ma la task force sconsiglia di farlo dormire nel letto della madre o con altri bambini.</li>
<li><strong>Utilizzare il ciuccio</strong>: offrire i ciuccio prima che il bambino si addormenti; se lo perde non reinserirlo durante il sonno e <span class="evid">non forzarlo se non lo vuole</span>; non mettere sul ciuccio sostanze dolci; pulire il ciuccio spesso e riporlo nel suo contenitore; nel caso di allatamento al seno, utilizzare il ciuccio dopo almeno un mese (per consolidare l&#8217;attaccamento al seno).</li>
<li><strong>Non riscaldare troppo l&#8217;ambiente:</strong> la temperatura della stanza deve essere confortevole per un adulto vestito leggero; evitare di vestire troppo il bambino.</li>
<li><strong>Evitare i prodotti commerciali per il mantenimento della posizione del neonato nel letto</strong>: la task force non consiglia l&#8217;uso di alcun prodotto sviluppato dall&#8217;industria per la prevenzione della <acronym title="Sudden Infant Death Syndrome">SIDS</acronym>.</li>
<li><strong>Non utilizzare i monitors come prevenzione della <acronym title="Sudden Infant Death Syndrome">SIDS</acronym></strong>: non c&#8217;è alcuna evidenza che i monitor cardiorespiratori fetali comunemente in commercio siano in grado di prevenire la <acronym title="Sudden Infant Death Syndrome">SIDS</acronym>. Tali prodotti devono essere utilizzati solo nei bambini con grave instabilità cardiorespiratoria, dietro indicazione del pediatra.</li>
<li><strong>Prevenire la plagiocefalia posizionale</strong>: si tratta di una deformazione della testa del neonato (obliqua o piatta) che si verifica quando il bambino mantiene la <span class="evid">testa appoggiata sempre nella stessa posizione</span>. Per prevenirla si consiglia di mettere il bambino &#8216;a pancia in giù&#8217; per alcuni minuti al giorno; non lasciarlo troppo tempo in passeggino o carrozzina; evitare che dormendo appoggi la testa sempre sullo stesso punto (ad esempio mettendolo a dormire con la testa girata da un lato per una settimana e dall&#8217;altro la settimana successiva; cambiare ogni tanto la posizione del lettino, del seggiolone o del box nella stanza del bambino.</li>
</ol>
<p>Il testo completo in pdf (in inglese) delle linee guida può essere scaricato da <a href="http://sids-network.org/revisedsids.pdf" target="_blank">questo sito</a> (risorsa esterna).</p>

<p>Altri articoli sullo stesso tema:<ol><li><a href='http://www.psico-terapia.it/wp/461-genitorialita-e-lutto-nella-morte-prenatale-e-perinatale.html' rel='bookmark' title='Permanent Link: Genitorialità e lutto nella morte perinatale'>Genitorialità e lutto nella morte perinatale</a></li>
<li><a href='http://www.psico-terapia.it/wp/114-luso-del-computer-nella-psicoterapia-cognitiva-della-depressione.html' rel='bookmark' title='Permanent Link: L&#8217;uso del computer nella psicoterapia cognitiva della depressione'>L&#8217;uso del computer nella psicoterapia cognitiva della depressione</a></li>
<li><a href='http://www.psico-terapia.it/wp/103-la-depressione-post-partum-quale-prevenzione.html' rel='bookmark' title='Permanent Link: La depressione post partum: quale prevenzione?'>La depressione post partum: quale prevenzione?</a></li>
</ol></p>
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		<title>La depressione post partum: quale prevenzione?</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Jul 2005 23:37:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Depressione]]></category>
		<category><![CDATA[Salute femminile]]></category>
		<category><![CDATA[gravidanza]]></category>
		<category><![CDATA[parto]]></category>

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In questi giorni un&#8217;importante rivista medica ha pubblicato una completa ed esauriente review sulla depressione post partum. La depressione post partum riguarda un discreto numero di donne in un delicato momento di passaggio (intorno al secondo &#8211; terzo mese di vita del bambino) e, se non riconosciuta e trattata in [...]


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<li><a href='http://www.psico-terapia.it/wp/133-il-massaggio-come-terapia-della-depressione-e-dello-stress-psicofisico.html' rel='bookmark' title='Permanent Link: Il massaggio come terapia della depressione e dello stress psicofisico'>Il massaggio come terapia della depressione e dello stress psicofisico</a></li>
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<p>In questi giorni un&#8217;<a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/entrez/query.fcgi?cmd=Retrieve&amp;db=pubmed&amp;dopt=Abstract&amp;list_uids=15994688&amp;query_hl=8" target="_blank">importante rivista medica</a> ha pubblicato una completa ed esauriente <em>review</em> sulla depressione <em>post partum</em>. La depressione <em>post partum</em> riguarda un discreto numero di donne in un delicato momento di passaggio (intorno al secondo &#8211; terzo mese di vita del bambino) e, se non riconosciuta e trattata in modo giusto, può avere esiti molto gravi per la salute della madre (e conseguentemente per l&#8217;inizio della relazione madre bambino).</p>
<p><img class="alignleft" style="margin: 10px 5px;" title="Depressione post-partum" src="http://www.psico-terapia.it/images/news/12.jpg" alt="Depressione post-partum" width="240" height="144" /> L&#8217;autrice ha esaminato tutta la letteratura scientifica disponibile sull&#8217;argomento, valutando gli studi sulla prevenzione ed il trattamento. Dall&#8217;analisi è emerso che: 1) la frequenza della depressione <em>post partum</em> vera e propria si aggira intorno al 13%, e sembrano più a rischio soggetti con familiarità per depressione o con episodi depressivi precedenti. 2) non ci sono evidenze certe su quale sia il miglior trattamento preventivo per questa patologia, ma è sicuramente preferibile un trattamento individuale rispetto ad uno di gruppo e soprattutto effettuato <strong>dopo il parto</strong>. Un costante e fiducioso rapporto con il proprio medico rimane un punto di forza nella gestione e nel superamento dei sintomi. L&#8217;ascolto partecipe dei disagi della madre dovrebbe dunque fare parte del metodo di cura di ogni professionista coinvolto nel delicato periodo della gravidanza e del <em>post partum</em>.</p>

<p>Altri articoli sullo stesso tema:<ol><li><a href='http://www.psico-terapia.it/wp/120-la-depressione-post-partum-nei-padri-effetti-a-breve-e-medio-termine.html' rel='bookmark' title='Permanent Link: La depressione post partum nei padri: effetti a breve e medio termine'>La depressione post partum nei padri: effetti a breve e medio termine</a></li>
<li><a href='http://www.psico-terapia.it/wp/263-il-punto-sulla-depressione-post-partum.html' rel='bookmark' title='Permanent Link: Il punto sulla depressione post-partum'>Il punto sulla depressione post-partum</a></li>
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</ol></p>
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		<title>Il fumo e le donne</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Jun 2005 23:42:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Salute femminile]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[fumo]]></category>

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Se da un lato tra gli uomini adulti ed i giovani diminuisce il numero di fumatori, questo resta ancora elevato tra le donne adulte, attirate dalla falsa immagine di emancipazione attribuita alla donna fumatrice. Oltre ai danni diretti alla salute di chi fuma, questo pericoloso vizio condiziona pesantemente anche la [...]



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<p><img class="alignright" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Il fumo e le donne" src="http://www.psico-terapia.it/images/news/6.jpg" alt="" width="224" height="226" />Se da un lato tra gli uomini adulti ed i giovani diminuisce il numero di fumatori, questo resta ancora elevato tra le donne adulte, attirate dalla falsa immagine di emancipazione attribuita alla donna fumatrice. Oltre ai danni diretti alla salute di chi fuma, questo pericoloso vizio condiziona pesantemente anche la salute di quanti gli stanno vicino, in particolare dei <strong>figli</strong>. Si calcola infatti che il 18% dei bambini tra i 13 ed i 23 mesi sia <strong>abitualmente esposto al fumo di tabacco</strong>, considerando che fumano il 22% delle madri ed il 38% dei padri di bambini in questa fascia di età. Le conseguenze per la salute di questa esposizione possono essere anche molto gravi, al punto che si stima che ogni anno in Italia l&#8217;esposizione dei bambini al fumo passivo causi il 17% dei casi totali di <acronym title="Sindrome della Morte Infantile Improvvisa">SIDS</acronym> (le cosiddette &#8220;morti bianche&#8221; in culla), il 21% delle infezioni respiratorie nei primi due anni di vita e il 9% dei casi d&#8217;asma infantile (fonte: <a href="http://www.epicentro.iss.it/temi/fumo/fumo.asp" target="_blank">Istituto Superiore di Sanità</a>). E&#8217; importante quindi sottolinerae come la gravidanza ed i periodi immediatamente precedenti e seguenti, rappresentino un&#8217;<strong>opportunità unica</strong> per decidere di <strong>smettere di fumare</strong>. La motivazione che deriva dalla presa di coscienza dei propri doveri verso i figli aiuta infatti ad ottenere risultati più rapidi e durauri, spesso anche soltanto con brevi sedute di <em>counselling</em>, senza la necessità di ricorrere a trattamenti farmacologici. Visita il sito del <a href="http://www.ministerosalute.it/speciali/piSpeciali.jsp?id=52&amp;area=ministero&amp;colore=3" target="_blank">Ministero della Salute</a> per saperne di più.</p>


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