La carne e il cuore: storie di donne

Scritto da Claudia Ravaldi il 16/02/2010, modificato il 21/03/2010
La carne e il cuore: storie di donne

La carne e il cuore: storie di donne

E’ uscito il libro “La carne e il cuore: storie di donne” a cura di Carlo Valerio Bellieni, che contiene una lunga intervista alla dott.ssa Claudia Ravaldi sui temi della maternità, dell’interruzione di gravidanza e della laicità della sua professione medica di fronte ad alcuni importanti temi di bioetica.

  • Due femministe, quattro suore, due ginecologi e una psichiatra: un esplosivo mix che ci trascina con forza nell’universo femminile infrangendo tabù e pregiudizi. Dalla diagnosi prenatale alle bambole, dall’aborto all’amore per il corpo: chi sa quante sorprese riserva il mondo femminile quando si guarda con gli occhiali giusti?


  • In questo post sono riportati alcuni estratti dall’intervista. Il libro è edito da Cantagalli (collana Il coraggio di scegliere), è distribuito in tutte le librerie ed è anche acquistabile online su IBS.it



    A cura di Carlo Valerio Bellieni


    Una tavola rotonda fra tre medici impegnatissimi nel lavoro con le donne; sono medici di estrazione culturale diversa. Sono ripartiti tra laicità, chiesa cattolica e buddismo, rispettivamente. [...] Rispondono a delle domande-provocazione e ci colpiscono con la loro sincerità. Claudia Ravaldi è una psichiatra, Alessandra Kustermann è una ginecologa, così come Nicola Natale.



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    CVB: Età avanzata: ormai sembra la normalità avere un solo figlio, decidere di farlo sopra i trent’anni: pensa che sia una saggia scelta?


    CR: Il contesto sociale e culturale cui apparteniamo sembra scoraggiare l’acquisizione di una posizione adulta e genitoriale nei giovani; viene coltivata una mentalità di de-responsabilizzazione e si privilegia l’investimento sull’immediatezza e sull’autodeterminazione narcisistica. Oggi si compiono più facilmente scelte indirizzate al consumo e al possesso materiale piuttosto che all’acquisizione di strumenti interiori di ascolto, consapevolezza e progettualità.
    Il consumo fine a se stesso, la tensione verso il raggiungimento di status esteriorizzanti e centrifughi, allontanano l’individuo da riflessioni evolutive appropriate per età e maturità. Manca (e se presente, è spesso ristretto) uno spazio interiore di riflessione e di auto-determinazione per armonizzare temperamento, personalità, progettualità e fasi evolutive della vita umana, tant’è che alcuni esperti oggi identificano l’inizio dell’età adulta con il compimento dei 30 anni, prolungando l’adolescenza di circa 10 anni, con le ovvie conseguenze. Il benessere materiale e l’agio, producono una riduzione dell’autonomia decisionale e della capacità esplorativa, riducendo la consapevolezza di sé e procrastinando l’acquisizione di una posizione adulta. L’inconsapevolezza, il desiderio narcisistico di auto-soddisfacimento, promosso e sostenuto dalle scelte di legame genitori-figli basate su meccanismi di controllo e di deresponsabilizzazione e di ipercura, negano al giovane uomo e alla giovane donna l’accesso ai propri reali desideri e alla costruzione mentale di un proprio spazio nel mondo adulto e nel mondo genitoriale. Per questi motivi, più che di scelta saggia, parlerei di rimozione inconsapevole. Se potessimo dare ai nostri figli le chiavi personali per accedere con maturità e serenità ad un Io più interiore che apparente, certamente assisteremmo a coppie giovani libere di creare nuove famiglie senza sentirsi per questo malgiudicati o isolati da una società/famiglia di appartenenza assolutamente controllanti e discriminanti verso chi “privilegia” la famiglia e non la carriera e l’autoaffermazione.



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    CVB: Nelle recenti discussioni sulla fecondazione in vitro, molto si è discusso sui diritti dell’embrione. Lei crede che l’embrione possa essere considerato un paziente? E il feto?


    CR: comunemente si definisce paziente «colui che riceve cure o attenzioni mediche». Secondo questa definizione, che è l’evoluzione dell’arcaico «colui che soffre», il paziente è chiunque sia oggetto di cure, e dunque il bambino nelle primissime fasi della vita, oggetto di attenzione medica, è secondo me da considerarsi “paziente”.
    Nel caso di un bambino in utero, i pazienti sono due: la mamma ed il suo bambino. Di fronte a una donna in gravidanza, i curanti dovrebbero essere consapevoli che agiscono in un momento particolare della vita di una donna, un momento in cui si è “due in uno”: avere presente l’esistenza di questa diade, dare il giusto spazio mentale a tutti i protagonisti di quel momento, permette ai curanti e alla donna di condividere un percorso nel modo più consapevole e più sereno possibile, anche nel caso di situazioni difficili, come ad esempio la diagnosi di patologia fetale o la scelta di applicare la riduzione selettiva in caso di gravidanza plurigemellare. Sapere che c’è un piccolissimo“paziente” (di nome e di fatto, perché accetta, non potendo fare altro, ciò che viene scelto per lui) dentro ad una paziente che è in grado di compiere scelte e di collaborare attivamente con i medici per una cura adeguata a quel caso e a quella circostanza, permette a genitori e curanti di agire cercando di tutelare la salute. Una donna che sceglie di abortire o di rinunciare alle possibili cure per suo figlio è spesso una donna scarsamente informata della presenza di alternative e certamente condizionata dallo scarso valore che ancora oggi si dà alle prime fasi della vita umana, per cui l’embrione e il feto sono ancora visti più come “appendici” amorfe che come persone in divenire e, dunque, come “pazienti” oggetto di cure.



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    CVB: Cosa intende lei con il termine “persona”?


    CR: essendo persona un termine che ha assunto oggi una definizione per lo più di tipo giuridico, preferisco parlare di essere umano, termine che abbraccia l’essere vivente dal suo concepimento alla morte. Per esperienza personale, dopo la perdita di mio figlio, avvenuta per morte intrauterina a 38 settimane di gravidanza, mi sono scontrata con l’accezione giuridica del termine persona, che riconosce come tale solo chi è nato vivo. Mio figlio, nato morto, non è una persona (inteso in senso giuridico), quindi non ha alcun diritto, tra cui quello di essere presente nel mio stato di famiglia. Per lo stato, mio figlio non è mai esistito, per me come madre, e per i genitori come me, i nostri bambini
    (feti o, in moltissimi casi, embrioni) sono persone, esseri umani, da trattare con rispetto e dignità, anche se molto malati o destinati ad una vita cortissima.



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    CVB: A cosa pensa sia dovuta l’alta media di ecografie prenatali in gravidanze a basso rischio?


    CR: L’ecografia ha il pregio di rendere “visibile” all’occhio ciò che altrimenti non potrebbe essere visto: rappresenta dunque un momento di verifica, di rassicurazione rispetto ad eventuali complicanze, ma anche di profonda relazione con il bambino: nei ricordi di gravidanza di molte madri e di molti papà l’ecografia è il momento in cui avviene un incontro privilegiato (ad esempio, i genitori fanno fantasie sulle somiglianze e attribuiscono emozioni al bambino in base alle espressioni del volto). Molti studi ci dicono come l’ecografia rinsaldi il legame genitori-bambino, come per i genitori sia positivo incontrare in modo visivo il bambino e seguirne lo sviluppo. Non a caso i genitori collezionano le immagini ed i video ecografici e le mostrano a parenti e amici con orgoglio, quasi come se l’ecografia fosse un’anticipazione dell’incontro col neonato. Uno spunto di riflessione personale: fare un’ecografia è più veloce e immediato rispetto a insegnare ad una persona a “sentirsi” genitore e, come spesso accade oggi, soddisfa nell’immediato un bisogno, in una sorta di take-away che risponde ad un’esigenza immediata ma non aiuta il genitore a creare altri canali comunicativi con quel bambino. Molte madri ansiose, sia dopo eventi di perdita sia alla prima gravidanza, arrivano a non fidarsi più della loro capacità di contare movimenti fetali, e accolgono volentieri l’offerta del curante: “vieni quando vuoi che diamo un’occhiatina”. Il pericolo è la delega a terzi di un istinto personale e di una capacità connaturata alla maternità, e la sopravvalutazione del canale visivo rispetto ad altri canali sensoriali.



    Potete leggere il resto delle interviste alla dott.ssa Ravaldi, alla dott.ssa Kustermann, al dott. Natale, alle giornaliste Alessandra Di Pietro e Paola Tavella e alle suore di clausura Suor Roberta, Suor Mariacarla, Suor Eva e Suor Elena nel libro “La carne e il cuore: storie di donne“, a cura di Carlo Valerio Bellieni.



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