Ansia, ideazione suicidiaria e rischio di suicidio

Scritto da Claudia Ravaldi il 11/12/2005, modificato il 6/01/2010

'Panic' di Dennis P McCann

L’ideazione suicidiaria ed il tentato suicidio sono fenomeni gravi e piuttosto frequenti nella popolazione generale (rispettivamente circa 12 persone su 100 riferiscono ideazione suicidiaria e circa 3 su 100 tentano il suicidio), rappresentando i massimi fattori predittivi di suicidio completo.
La comprensione dei fattori di rischio che si nascondono dietro al suicidio, ed ancor più all’ideazione suicidiaria, che appare essere di gran lunga il fenomeno più frequente, è dunque di fondamentale importanza in un’ottica preventiva.
Il suicidio è infatti la terza causa di morte nei giovani tra i 15 ed i 24 anni, e la seconda tra i 25 ed i 34, con un incremento dimostrato negli ultimi anni. Tra le cause ambientali che sono associate a ideazione suicidiaria e rischio di suicidio troviamo la disoccupazione, la solitudine e la presenza di comportamenti rischiosi (abuso di alcol, droghe o farmaci, gioco d’azzardo, guida pericolosa, partners sessuali multipli, rapporti non protetti).

Un comportamento suicidiario è stato associato ad alcuni tipi di sofferenza psichiatrica, come ad esempio disturbi dell’umore (depressione, disturbo bipolare), disturbi da uso di sostanze e schizofrenia, ma pochi studi fino ad oggi hanno valutato la correlazione tra disturbi d’ansia e ideazione suicidiaria o tentato suicidio. Read the rest of this entry »

La depressione giovanile come fattore di rischio per l’obesità

Scritto da Claudia Ravaldi il 6/12/2005, modificato il 6/01/2010

"Infanzia negata" di Anna Maceroni.

L’obesità è una condizione di grave rilevanza epidemiologica su scala mondiale, perche si è diffusa ubiquitariamente sia nei paesi ad alto sviluppo che nei paesi più poveri.
L’obesità ha una genesi multifattoriale, e in questi ultimi anni molti studi si sono proposti di individuare tra i fattori che promuovono una condizione di sovrappeso e di obesità quelli su cui poter effettuare una corretta prevenzione, in modo da poter arginare il fenomeno e proporre più efficaci terapie.
In particolare, il riconosciuto fallimento della sola dieta ipocalorica ha sottolineato l’esigenza di un approccio all’obesità ed al sovrappeso che sia necessariamente multidisciplinare, e che affronti i fattori che promuovono la cronicizzazione e facilitano le ricadute anche dopo dimagrimenti importanti.
In questi giorni sono usciti su riviste internazionali alcuni lavori di popolazione, effettuati su campioni comunitari, che hanno valutato il nesso tra depressione dell’umore, sovrappeso e obesità. Read the rest of this entry »

Ortoressia: stile alimentare alternativo o disturbo alimentare?

Scritto da Claudia Ravaldi il 18/11/2005, modificato il 6/01/2010

La parola dieta ha origini antiche, deriva dal greco e originariamente significava stile di vita. Per molti anni dieta è stato sinonimo di ‘perdita di peso’, e dunque le diete proposte si basavano sulla restrizione calorica, sia qualitativa ma soprattutto quantitativa degli alimenti.
Da qualche decennio alcune correnti di pensiero sostengono e pubblicizzano diete e stili alimentari che in realtà modificano le abitudini di vita, e dunque riprendono l’antico ed originario concetto di dieta come stile di vita.

Les vacances de Hegel, Rene Magritte 1958

Alcuni esempi, ad oggi privi di validi riconoscimenti scientifici possono essere la dieta legata ai gruppi sanguigni, la dieta ‘zona’ o le diete basate sulle cosiddette ‘intolleranze alimentari’, che nulla hanno a che vedere con le gravi patologie immunoallergiche tipo allergie alimentari o celiachia.
L’adozione di particolari diete o stili alimentari può avere anche presupposti teorici di tipo religioso, etico, filosofico o spirituale, come ad esempio la tradizione musulmana a proposito della macellazione delle carni e della consumazione dei pasti, l’adesione ai principi vegetariani o vegan, le teorie basate sui principi ayurvedici o sulle antiche medicine orientali.
Da qualche anno si parla inoltre di un nuovo stile alimentare, l’ortoressia nervosa, come di una vera e propria ossessione riguardante una alimentazione rigorosa, al fine di ottenere uno stato di massimo benessere fisico e spirituale, basato soprattutto sulla sensazione di perfezione e purezza.
L’autore che per primo ne ha parlato nel 1997, il dr Steven Bratman, ha messo in evidenza nel suo articolo che questo fenomeno, pur originando da alcuni presupposti teorici riconosciuti e diffusi per una alimentazione sana e corretta, si caratterizza per l’estrema rigidità nel mantenere a tutti i costi un’alimentazione ’salutisticaa’ ed una elevata selettività nella scelta dei cibi, creando non pochi problemi sia dal punto di vista psicofisico che psicosociale.
La dieta ortoressica è infatti una dieta scarsamente standardizzata, ognuno tende a personalizzarla a seconda delle sue scelte, e quindi può provocare carenze nutrizionali e dimagrimenti anche gravi. Read the rest of this entry »

Il ciuccio aiuta nella prevenzione della SIDS (morte in culla)

Scritto da Claudia Ravaldi il 17/11/2005, modificato il 6/01/2010

Secondo un recente studio pubblicato dalla rivista Pediatrics, l’utilizzo del ciuccio durante il sonno è in grado di diminuire il rischio di incorrere nella sindrome della morte improvvisa del lattante (SIDS, la cosiddetta ‘morte in culla o ‘morte bianca’).
La metanalisi condotta da Hauck e collaboratori ha esaminato i 384 studi pubblicati tra il 1966 ed il 2004 sull’argomento, giungendo alla conclusione che l’utilizzo del ciuccio diminuisce il rischio di SIDS di un valore variabile dal 30% al 60%, specialmente quando utilizzato durante il sonno, sia quello notturno, sia i sonnellini durante il giorno.
In particolare, gli autori hanno calcolato che con l’utilizzo sistematico del ciuccio si potrebbe evitare una morte per SIDS ogni 2733 bambini.
I risultati di questo studio sono stati talmente significativi da indurre la Task Force Americana per i Servizi Preventivi a modificare le linee-guida pediatriche per la prevenzione della morte in culla. Read the rest of this entry »

I sintomi fisici ostinati: spie di un malessere psicologico?

Scritto da Claudia Ravaldi il 15/11/2005, modificato il 6/01/2010

Giorgio De Chirico, Gli archeologi

Un grande numero di pazienti si rivolge ogni giorno al medico di base lamentando uno o più sintomi fisici che non presentano nessuna correlazione con specifiche malattie fisiche: i sintomi più frequenti sono i dolori, la debolezza e il senso di affaticamento, diffusi soprattutto ai muscoli o all’apparato gastrointestinale.
Questi sintomi sono spesso fonte di preoccupazione, di stress, e possono compromettere l’abilità lavorativa o il funzionamento sociale. Inoltre, la persistenza di questi sintomi nonostante le terapie e gli accertamenti effettuati arriva a compromettere il rapporto medico-paziente, creando malcontento sia nel paziente, che si sente incompreso e non risolve il suo problema, sia nel medico, che si sente impotente.
Gli studi svolti sui pazienti di medicina generale indicano l’elevata frequenza di ’sintomi’ senza oggetto e, la valutazione incrociata di sintomi psicologici e di sintomi fisici segnala un’elevata frequenza sia di somatizzazioni senza alcun altro sintomo associato di disagio psichico, sia di somatizzazioni associate ad un disturbo psichiatrico.
In particolare alcune popolazioni sembrano avere maggiore tendenza ad esprimere il disagio psichico esclusivamente attraverso sintomi corporei.
Il problema portato dal paziente dovrebbe trovare un possibile risolutore nel medico, che, accertata l’assenza di patologie fisiche sottostanti, dovrebbe sempre motivare in modo appropriato il soggetto ad approfondire le cause ‘psicologiche’ del suo disturbo fisico, al fine di individuare un trattamento efficace.
La consulenza psichiatrica assume dunque una valenza importante sia nell’inquadramento del problema che nella sua risoluzione; non solo un sintomo fisico può essere l’unica spia di un disagio psicologico, ma appropriate terapie psicologiche possono fornire un contributo decisivo alla risoluzione del sintomo.
Tra le terapie possibili la psicoterapia cognitivo comportamentale si è dimostrata efficace non solo nel ridurre il numero e l’entità dei sintomi ma nel risolvere lo stress associato ai sintomi stessi, migliorando il funzionamento psicosociale del soggetto.

Leggi l’articolo originale (risorsa esterna in inglese).

Si possono classificare i disturbi del comportamento alimentare?

Scritto da Claudia Ravaldi il 8/11/2005, modificato il 6/01/2010

Raffaello, La Scuola di Atene

I disturbi alimentari sono un gruppo di patologie accomunate da alcuni tratti caratteristici (sono causate da molti fattori, difficili da ‘curare’ e con prognosi spesso molto gravi e infauste) e distinte da altri tratti specifici, che permettono ad esempio di differenziare la bulimia dall’anoressia.
I criteri per fare queste diagnosi così precise sono diffusi in tutto il mondo (DSM IV), sono universalmente riconosciuti e altrettanto universalmente criticati, perchè non riescono quasi mai a rendere giustizia della complessa sintomatologia presente nella maggior parte dei casi.
Ad esempio la maggioranza dei disturbi alimentari non è nè anoressia nè bulimia, ma rientra nei cosiddetti disturbi non altrimenti specificati, che hanno magari meno sintomi o meno frequenti, ma gravità ed esito sovrapponibili; bisogna anche considerare che molti soggetti nel corso degli anni ‘migrano’ da un disturbo all’altro, lasciando pensare che le distinzioni tra i diversi disturbi non siano poi così certe.
Ciò che più recentemente è oggetto di dibattito riguarda il fatto che le classificazioni attuali non tengono conto di alcuni aspetti sintomatologici salienti sia per fare diagnosi che per impostare un corretto trattamento, come la presenza di sintomi depressivi o ansiosi, l’ideazione suicidiaria, la presenza di altri comportamenti impulsivi, come l’uso/abuso di alcol o droghe e i gesti autolesivi.
Ciò fa sì che la maggior parte dei soggetti che si rivolge ad un curante per disturbo alimentare ‘scopra di soffrire di più malattie contemporaneamente‘, (depressione, alcolismo, distrubo borderline di personalità, attacchi di panico etc…)perchè presenta molti sintomi che le correnti classificazioni non includono nei criteri per la diagnosi di disturbo alimentare, ma che sempre più di frequente si accompagnano abitualmente ai sintomi classici.
Valutare una persona con Disturbo del Comportamento Alimentare necessita per prima cosa di valutare la persona per intero, la sua storia, le sue espressioni sintomatologiche al di là dei rigidi criteri diagnostici, al fine di consentire a quella persona un trattamento adeguato alle molteplici manifestazioni del suo disagio.
Uno studio innovativo in questo senso ha raggruppato i sintomi presentati da circa 600 soggetti con disturbo alimentare evidenziando l’importanza di caratteristiche psicologiche e comportamentali complementari rispetto a quelle normalmente considerate nelle classificazioni.

Depressione nell’infanzia e nell’adolescenza e rischio di suicidio

Scritto da Claudia Ravaldi il 1/10/2005, modificato il 6/01/2010

I disturbi depressivi possono insorgere anche in età molto precoci (infanzia e adolescenza), spesso con sintomi piuttosto sfumati, e la loro gravità è del tutto sovrapponibile alle forme dell’adulto.
I disturbi depressivi dell’età giovanile necessitano pertanto di una corretta diagnosi e di un trattamento multidisciplinare e responsabile. In particolare negli ultimi anni si è fatta strada l’abitudine, soprattutto nei paesi americani, di utilizzare in prima battuta farmaci antidepressivi, spesso assegnati in monoterapia, soprattutto della classe degli antidepressivi inibitori del reuptake della serotonina (i cosiddetti SSRI).
I risultati di queste terapie a tappeto, divenute quasi routinarie, ha iniziato presto a fare discutere, sia per l’efficacia a lungo termine sui sintomi, sia per il razionale di impiego in generale sull’età evolutiva, sia soprattutto per alcuni effetti collaterali di grave entità. In particolare sono stati segnalati casi di suicidio o tentato suicidio successivi all’inizio della terapia farmacologia con SSRI, e più generali forme di aumento dell’aggressività auto ed eterodiretta.
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Disturbo ossessivo compulsivo: la terapia integrata sequenziale

Scritto da Claudia Ravaldi il 29/09/2005, modificato il 6/01/2010

Gaetano Pesce, Fedora

Il disturbo ossessivo compulsivo (DOC) fa parte dell’ampio spettro dei disturbi d’ansia, e si caratterizza per l’esordio in età infantile o nell’adolescenza, per la presenza nella sintomatologia di ossessioni e compulsioni, (con rituali sia mentali che comportamentali) e per la tendenza a peggiorare enormemente la qualità della vita dei soggetti affetti, costretti a trascorrrere molto tempo ‘intrappolati’ nell’esecuzione dei rituali. La terapia del disturbo ossessivo compulsivo si basa sia sull’utilizzo di farmaci che sulla psicoterapia.
Tra i farmaci presi in considerazione negli studi internazionali sono indicati gli inibitori della ricaptazione della serotonina (SSRI) e la clomipramina (antidepressivo triciclico), talvolta in combinazione con alcuni neurolettici.
Tra le psicoterapie più utili vengono indicate la terapia cognitivo comportamentale e la terapia comportamentale.
Uno studio ha preso in esame l’effetto potenziante della psicoterapia comportamentale sulla terapia farmacologica, osservando che i soggetti con DOC che rispondono alla terapia farmacologia se trattati anche con la psicoterapia comportamentale riducono in modo significativo sia il numero dei sintomi che la gravità, migliorando in modo più veloce rispetto a chi continua solo il trattamento farmacologico.
Per molti anni i diversi filoni teorici che sono alla base delle neuroscienze, della psichiatria e della psicologia hanno operato isolatamente, senza tenere conto delle potenzialità di terapie combinate mirate al benessere psicofisico della persona.
Una terapia in grado di integrare approcci diversi permette un approccio più unitario alla persona, e offre migliori risposte terapeutiche.
Per saperne di più sulle terapie integrate consigliamo la lettura di questa review.

L’immagine è l’interpretazione di ‘Fedora’, una delle ‘Città invisibili’ di Italo Calvino, presentata alla triennale di Milano da parte dell’artista Gaetano Pesce.
Tutti i diritti appartengono ai legittimi proprietari.

Il massaggio come terapia della depressione e dello stress psicofisico

Scritto da Claudia Ravaldi il 27/09/2005, modificato il 6/01/2010

Il massaggio è una terapia in grado di ridurre i livelli di stress, i sintomi depressivi e dolorosi in malattie mediche e psicologiche. Una esauriente review dei lavori pubblicati in letteratura negli ultimi anni analizza i benefici del massaggio in diverse situazioni di disagio fisico o psicologico.
Gli effetti del massaggio sono stati studiati sia nei disturbi relativi alla gravidanza e al post parto (depressione in gravidanza, depressione post partum, i disordini comportamentali dei neonati di madre depressa),che nei traumi infantili e in età adulta (essere vittima di disastri naturali o vittima di abuso sessuale), nei disturbi alimentari (anoressia e bulimia), e in altre condizioni fisiche (malattie autoimmunitarie, asma cronico, cancro alla mammella).
L’effetto benefico è stato valutato misurando in modo diretto i marcatori ematici o urinari dello stress e della depressione e sottoponendo i soggetti a questionari specifici sulla depressione e sull’ansia. Nella maggior parte degli studi si è proceduto alla misurazione del cortisolo, ormone prodotto dalle ghiandole surrenali che subisce notevoli variazioni sia in corso di stress acuto che in corso di malattia depressiva, valutandone la concentrazione salivare e urinaria; in molti casi si è inoltre misurato la quantità urinaria dei metabolici della serotonina, principale neurotrasmettitore coinvolto nelle patologie depressive.
Gli studi sono sempre stati effettuati secondo il metodo del caso-controllo, randomizzando i soggetti coinvolti e dividendoli in due gruppi: in un gruppo venivano svolte 2-4 sedute settimanali di massaggio e nell’altro erano utilizzate di volta in volta varie tecniche di rilassamento. In ognuno degli studi si è assistito ad una progressiva e significativa diminuzione dei livelli di cortisolo ematico e urinario, con effetti immediati sia dopo il massaggio che al termine del ciclo di trattamenti.
In parallelo, si sono apprezzate diminuzioni significative nei punteggi delle scale sull’ansia e la depressione, e un generale miglioramento del benessere globale, correlato anche all’aumento della serotonina urinaria. In ogni situazione trattata con il massaggio si sono avuti incoraggianti risultati sia nella riduzione dello stress che nell’aumento delle capacità reattive; nei bambini si sono avuti notevoli miglioramenti comportamentali, normalizzazione del sonno e migliore consolabilità, nelle madri in attesa si sono ridotti i livelli di ansia e depressione e nelle vittime di abuso è molto migliorata la reazione al contatto fisico (cosa che non è avvenuta nel gruppo di controllo sottoposto ad altre tecniche di rilassamento).
Per saperne di più potete consultare la bibliografia della dottoressa Tiffany Field.

La qualità della vita nei disturbi del comportamento alimentare

Scritto da Claudia Ravaldi il 31/08/2005, modificato il 6/01/2010

Il concetto di qualità della vita è stato sviluppato dagli economisti per valutare tutti i parametri che possono influenzare il benessere di una popolazione. Dagli anni ‘80 tale concetto è stato utilizzato per identificare gli indicatori di benessere nella vita di una popolazione e quindi dell’individuo e, e negli ultimi venti anni, si è esteso anche in ambito sanitario.
Indicatori utilizzati nel valutare la qualità della vita sono:

  • attività fisica;
  • limitazioni di ruolo dovute alla salute fisica;
  • allo stato emotivo;
  • dolore fisico;
  • percezione dello stato di salute generale;
  • vitalità;
  • attività sociali;
  • salute mentale;
  • cambiamento nello stato di salute.

La qualità della vita è divenuta un importante parametro per valutare l’efficacia dei processi diagnostici, dei trattamenti e dei costi sanitari, ma ha assunto anche un ruolo importante nella definizione del bisogno dell’individuo e indirettamente delle sue aspettative riguardo alla salute.
Si è dunque visto che per la maggioranza dei pazienti i fattori che incidono profondamente sulla qualità della vita sono il dolore, la disabilità, i giorni di lavoro persi, ma dal punto di vista psicologico lo stato stesso di malattia pur in assenza di dolore fisico o danno economico può compromettere la qualità della vita.
Da pochi anni si è iniziato a valutare la qualità della vita nelle patologie psichiatriche, e solo in questi ultimi mesi alcuni studi hanno iniziato a valutare la qualità della vita nei disturbi alimentari, mettendo in evidenza come in questo tipo di pazienti la qualità della vita sia molto bassa, e siano molti gli ambiti compromessi (dall’autostima, all’inserimento sociale).
La qualità della vita è un criterio utile per valutare non solo la compromissione generale nella vita di un soggetto ma anche il miglioramento dei diversi parametri dopo il trattamento. Lo studio della qualità della vita ha dunque lo scopo di evidenziare le aree di maggiore sofferenza di una persona, ma anche di valutare l’efficacia delle terapie a disposizione sui singoli target di sofferenza.
In questo momento è allo studio un nuovo questionario specificamente mirato all’identificazione di aree critiche nella qualità della vita di soggetti con disturbi del comportamento alimentare.