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	<title>Claudia Ravaldi</title>
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	<description>Un blog di psicologia, psichiatria e psicoterapia su anoressia, bulimia, ansia, depressione e lutto</description>
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		<title>I condizionamenti esterni e la cattiva comunicazione</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 13:14:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicologia delle relazioni]]></category>

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All&#8217;inizio, io ero una persona, che non sapeva niente al di fuori della propria esperienza.
Poi mi dissero delle cose, e divenni due persone; la bambina che diceva che era tremendo che i ragazzi avessero acceso un fuoco nel campo lì vicino dove arrostivano [...]



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<p>All&#8217;inizio, io ero una persona, che non sapeva niente al di fuori della propria esperienza.</p>
<p>Poi mi dissero delle cose, e divenni due persone; la bambina che diceva che era tremendo che i ragazzi avessero acceso un fuoco nel campo lì vicino dove arrostivano delle mele (che era quello che dicevano le donne) &#8211; e la bambina che, quando i ragazzi erano chiamati dalle loro madri perché tornassero al negozio, correva fuori andava badare al fuoco e alle mele perché le piaceva farlo.</p>
<p>Dunque c&#8217;erano due io.</p>
<p>Un io faceva sempre qualcosa che l&#8217;altro io disapprovavo.</p>
<p>Oppure l&#8217;altro io diceva una cosa che io disapprovavo. Tante discussioni dentro di me.</p>
<p>In principio ero io, e io ero buona. Poi venne l&#8217;altro io una autorità esterna. Questo mi confondeva. E poi l&#8217;altro io divenne molto confuso perché c&#8217;erano tante autorità esterne.</p>
<p><em>Stai seduta bene. Esci dalla stanza per soffiarsi il naso. Non fare questo, non sta bene. Ma questa povera bambina non sa nemmeno come usare forchetta e coltello! Tira l&#8217;acqua la notte, perché se non lo fai sarà più difficile poi pulire. Non tirare l&#8217;acqua la notte, svegli altri! Sii sempre carina con gli altri anche se non ti piacciono, non devi urtare la loro suscettibilità. Sii franca ed onesta, se non dici agli altri cosa pensi di loro, questa è vigliaccheria. Coltelli per il burro. È importante usare il coltello per il burro. Coltelli per il burro? Che scemenza! Parla bene. Stupidina! Kipling  è meraviglioso! Ugh! Kipling  (che schifo)</em>.</p>
<p>La cosa più importante è far carriera. La cosa più importante sposarsi. Al diavolo tutti quanti. Sii carina con tutti. La cosa più importante il sesso. La cosa più importante avere soldi in banca. La cosa più importante è piacere a tutti. La cosa più importante è vestirsi bene. La cosa più importante è essere sofisticati e dire quello che non intendi e non farlo sapere a nessuno. La cosa più importante è essere sempre il primo. La cosa più importante è una pelliccia nera di foca e le porcellane e l&#8217;argenteria. La cosa più importante essere puliti. La cosa più importante pagare sempre i debiti. La cosa più importante è non farsi battere da nessuno. La cosa più importante voler bene ai genitori. La cosa più importante il lavoro. La cosa più importante è essere indipendente. La cosa più importante è parlare correttamente. La cosa più importante è essere servizievole verso il marito. La cosa più importante badare che i figli si comportino bene. La cosa più importante è vedere le cose giuste al teatro e leggere i libri giusti. La cosa più importante è fare quello che dicono gli altri. E gli altri dicono tutte queste cose.</p>
<p>Tutto il tempo io dice: <strong>vivi la tua vita</strong>. È questo che è importante. <strong>Ma quando io vive la sua vita, gli altri dicono: no, non va bene</strong>. Tutti gli altri io lo dicono. È pericoloso. Non è pratico. Andrai a finir male. Naturalmente&#8230; tutti lo hanno pensato una volta, come pensi tu adesso, ma imparerai!</p>
<p>Tra tutti gli altri io ne vengono scelti alcuni che formano un modello che diventa me. Ma ci sono tutte le altre possibilità di modelli all&#8217;interno di tutto ciò che gli altri dicono, che mi arrivano e diventano altri io che non sono me stessa, e certe volte vincono. <strong>Allora chi sono io</strong>?</p>
<p>A me non interessa chi sono io. Io esiste, ed è felice. Ma quando l’io è un essere felice, gli altri io dicono: vai a lavorare, a fare qualcosa, a fare qualcosa di valido. Io è felice a lavare i piatti. “Sei pazza!”. L&#8217;io è felice a stare con gli altri senza dire niente. Gli altri dicono parla, parla, parla, parla. L’io si sente perduto.</p>
<p><strong>L’io sa che certe cose sono fatte per giocarci, non per possederle</strong>. All’io piace mettere insieme le cose, lievemente. Separare le cose, lievemente. &#8220;Non avrai mai niente!&#8221;. Fare cose a partire da cose in modo tale che le cose vi prendano parte, metterle insieme con sorpresa e meraviglia. &#8220;Non ci si guadagna niente, in questo!&#8221;.</p>
<p><strong>L’io è umano. Se qualcuno è nel bisogno, l’io dà</strong>. &#8220;Non puoi farlo! Non avrai mai niente per te! Dovremo pensare noi a te!&#8221;.</p>
<p><strong>L’io ama</strong>. L’io ama in un modo che l&#8217;altro io non conosce. L’io ama. “È troppo per essere amici!”. &#8220;È troppo poco per essere amanti!&#8221; . &#8220;Non prendertela tanto, è solo un amico. Non è come se tu lo avessi amato&#8221;. &#8220;Come puoi lasciarlo andare? Non lo amavi?&#8221;. Così, ecco l’io che raffredda il calore per gli amici e scalda l&#8217;amore per gli amanti, e si sente sperduto.</p>
<p>Entrambi gli io hanno una casa e un marito e figli e tutto il resto. E amici e rispettabilità e tutto il resto e sicurezze tutto il resto, ma entrambi sono confusi perché l&#8217;altro io dice: &#8220;Vedi? Sei fortunato&#8221;, mentre io piange. &#8220;Perché piangi? Perché sei così ingrato?&#8221;. L’io non conosce la gratitudine o l&#8217;ingratitudine, e non sa rispondere. L’io continua semplicemente a piangere. L&#8217;altro io lo spinge fuori, gli dice: &#8220;io sono felice! Sono molto fortunato ad avere una famiglia così bella e una bella casa e buoni vicini e molti amici che vogliono che faccia questo, che faccia quello&#8221;. Neanche questo è ragionevole. L’io continuo a piangere.</p>
<p>L&#8217;altro io si stanca, e continua a ridere, perché questa è la cosa giusta da fare. Sorridi, e sarai ricompensata. Come la foca a cui buttano un pezzo di pesce. Sii carina con tutti e sarai ricompensata. Gli altri saranno gentili con te, questo che renderà felice. Sai che piaci agli altri. Come un cane che viene accarezzato sulla testa perché si è comportato bene. Racconta storielle divertenti. Sii allegra. Sorridi, sorridi, sorridi&#8230; l’io sta piangendo&#8230; &#8220;Non essere triste! Esci e fa&#8217; qualcosa per gli altri!&#8221;. &#8220;Esci e stai insieme agli altri!&#8221;. L’io continua a piangere, ma ormai non lo si sente avverte molto.</p>
<p>Improvvisamente: “Che cosa sto facendo?&#8221;. &#8220;<strong>Devo andare avanti tutta la vita fare il clown?</strong>&#8220;. &#8220;cosa sto facendo, sto andando a feste a cui non mi diverto?&#8221;. “Cosa sto facendo, sto con persone che mi annoiano?&#8221;.&#8221;<strong><em>Perché sono così vuota, vuota, riempita di vuoto?</strong></em>”. Una corazza. Come mai mi sono andata mettendo questa corazza? Perché sono orgogliosa dei miei figli e scontenta della loro vita che non va abbastanza bene? Perché sono delusa? Perché sento di avere sprecato tanto?</p>
<p><strong>L’io emerge, un poco. A momenti. E poi viene risospinto indietro dall&#8217;altro io.<br />
</strong><br />
L’io si rifiuta di fare ulteriormente il clown. Quale io  è? &#8220;Una volta era divertente, ma ora pensa troppo se stessa&#8221;. L’io lascia cadere molti amici. Quale io è? &#8220;È troppo chiusa in se stessa. È un male. Sta perdendo la ragione&#8221;. Quale ragione?</p>
<p>Prologo di Barry Stevens in <em>C. Rogers &#8220;Da Persona a Persona&#8221;, Astrolabio Edizioni</em></p>


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		<title>Piccoli Principi, la morte in-attesa</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 21:10:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicotraumatologia]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[lutto]]></category>

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Piccoli Principi Perdere un Bambino in Gravidanza o dopo il Parto
un libro di Claudia Ravaldi
Boopen edizioni 2009



Aspettare un figlio, e perderlo ancor prima di avere sentito il suo pianto.
Aspettare un figlio, e racchiudere tutta la sua vita dietro il vetro di un incubatrice.
Aspettare, [...]


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<li><a href='http://www.psico-terapia.it/wp/461-genitorialita-e-lutto-nella-morte-prenatale-e-perinatale.html' rel='bookmark' title='Permanent Link: Genitorialità e lutto nella morte perinatale'>Genitorialità e lutto nella morte perinatale</a></li>
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<p style="text-align: left;"><em>Piccoli Principi Perdere un Bambino in Gravidanza o dopo il Parto</em></p>
<p style="text-align: left;">un libro di Claudia Ravaldi</p>
<p style="text-align: left;">Boopen edizioni 2009</p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">
<p>Aspettare un figlio, e perderlo ancor prima di avere sentito il suo pianto.</p>
<p>Aspettare un figlio, e racchiudere tutta la sua vita dietro il vetro di un incubatrice.</p>
<p>Aspettare, e in un momento sapere che nulla sarà più come prima.</p>
<p>Il dolore di chi perde un figlio è un dolore profondo, ancora considerato troppo intimo e sconosciuto dai più per trovare la giusta condivisione. E&#8217; un dolore che spaventa gli altri, e annichilisce chi lo affronta. Sono nascite-morti accompagnate dal peso schiacciante del silenzio.</p>
<p><span id="more-484"></span>C’è silenzio dopo la diagnosi di morte o di grave patologia, c’è silenzio dopo quelle nascite, ferme e perfette, c’è silenzio nei giorni a seguire. E’ un silenzio avvolgente, drammatico e isolante nella sua totalità. Si crea una barriera, netta, tra il prima ed il dopo, tra vita e morte. Caratteristica saliente dei giorni a seguire, il silenzio disperato. Non ci sono parole che colmino quel vuoto, non ci sono parole che cancellino l’assenza. Ed è attraverso il silenzio, nei primi tempi del lutto, che molti genitori esprimono il loro dolore.<br />
Questo breve libro rappresenta un punto di partenza per conoscere il lutto perinatale, ed è rivolto ai professionisti ed ancor più ai genitori, desiderosi di un confronto sui difficili temi del lutto e delle emozioni più frequenti delle madri, dei padri e dei fratellini.<br />
Il lutto dei genitori, come qualsiasi altro tipo di lutto traumatico, merita particolare attenzione e rispetto; ogni genitore può avere reazioni e bisogni diversi, dal momento che ogni essere umano ha il suo particolare sentire, il suo particolare vissuto e la sua propria modalità di reazione agli eventi.<br />
Piccoli Principi costituisce un buon punto di partenza per conoscere, comprendere e sostenere l&#8217;elaborazione del lutto perinatale.</p>
<ul>
<li>Claudia Ravaldi  <strong><em>Piccoli Principi. Perdere un bambino in  gravidanza o dopo il parto</em></strong>. Boopen editore 2009 <a href="http://www.boopen.it/acquista/DettaglioOpera.aspx?Param=9805" target="_blank">Acquista online</a>.</li>
</ul>

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<li><a href='http://www.psico-terapia.it/wp/461-genitorialita-e-lutto-nella-morte-prenatale-e-perinatale.html' rel='bookmark' title='Permanent Link: Genitorialità e lutto nella morte perinatale'>Genitorialità e lutto nella morte perinatale</a></li>
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		<title>Genitorialità e lutto nella morte perinatale</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 13:02:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicotraumatologia]]></category>
		<category><![CDATA[Salute femminile]]></category>
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<div class="wp-caption alignleft" style="width: 170px"><img class=" " style="margin: 10px;" title="In utero" src="http://www.hss.state.ak.us/dph/wcfh/informedconsent/images/18-weeksSUB.jpg" alt="bambino in utero" width="160" height="140" /><p class="wp-caption-text">18 settimane dopo il concepimento</p></div>
<p>La storia di un bambino può avere origini molto antiche nella mente dei suoi genitori. Diventare genitori è un <strong>processo</strong> che si estende lungo un arco temporale ampio e non si riduce ad un evento puntiforme sancito dalla nascita del bambino; la genitorialità ha luogo nella mente e nel corpo dei genitori e può avere inizio sul piano esclusivamente ideativo e immaginifico<strong> ben prima che avvenga il concepimento</strong>.</p>
<p>Quando si realizza la gravidanza e il bambino è reale e presente nel ventre materno, prende forma un primo <strong>legame di attaccamento</strong>, che è specifico di quella relazione con quel bambino in quel momento (non siamo di fronte ad una attesa generica, ma viviamo quell’attesa, legata a quel particolare momento storico), e la famiglia inizia a creare un nuovo e fisiologico spazio per accogliere il nascituro. Molto spesso la gioia dell’attesa trasporta i genitori ben oltre il quotidiano, li proietta in un futuro dove la nascita è già avvenuta e la presenza del bambino è finalmente disvelata, e fisicamente definita nel quotidiano familiare; <strong>questa proiezione può avvenire naturalmente fin dalle prime settimane di gravidanza</strong>, a dispetto di ogni tendenza volta a informare la donna delle elevate possibilità di aborto spontaneo o di perdita fetale (Pullen, 2008). Immaginare il nuovo bambino nella propria realtà quotidiana, ristrutturare ed adattare la coppia – famiglia all’ingresso del figlio ha una precisa funzione evolutiva, fa parte di un processo descritto da numerosi autori che si sono occupati negli anni di genitorialità (Righetti e Sette, 2000; Ammaniti 2008). Divenire madre, divenire padre, contrariamente a quanto si possa pensare, non avviene al momento del parto, ma, fisiologicamente, spesso in modo impercettibile e  inconscio durante tutto il percorso di genitorialità.<span id="more-461"></span></p>
<p>Queste premesse sono necessarie per comprendere il lutto perinatale, e per contestualizzare con maggiore precisione i vissuti psichici più comuni delle madri e dei padri colpiti da perdita.<br />
Nel <strong>lutto in gravidanza e dopo il parto</strong> i genitori sono chiamati ad affrontare un difficile percorso in cui l’amore per il bambino perduto e il dolore per la perdita si intrecciano al vissuto dei genitori e lo segnano, modificandone il decorso e entrando a fare parte della loro biografia. L’evento di perdita, profondamente vissuto nell’intimo delle madri e dei genitori, può risultare però poco comprensibile all’esterno, perché si piange un bambino “sconosciuto” al mondo (Kirkley-Best and Kellner, 1982), su cui nessuno, a parte i genitori, i fratellini e talvolta i nonni, ha avuto spazio e tempo per pensare e verso il quale nessun altro ha stabilito un legame di attaccamento.<br />
Bambini preziosissimi per chi li ha sentiti e pensati nella mente e nel corpo, simboli insignificanti per gli altri, portati ad allontanarsi velocemente dal dolore della morte nella convinzione che dimenticare l’evento di perdita e  “intraprendere” velocemente una nuova gravidanza siano l’unico modo possibile per “superare” il trauma. Gli studi sulla resilienza e sull’elaborazione del lutto ci dicono invece che requisiti necessari sono il tempo, il ricordo, l’integrazione dell’evento e delle nostre reazioni ad esso all’interno della nostra vita. Molto lontano dal modello dell’oblio, suggerito dai più. Come ci ricorda un detto popolare spagnolo “<strong>un lutto di cui non si parla è un lutto che non guarisce</strong>”, sottolineando come le “buone parole” possano favorire in primo luogo una narrazione, e poi un’elaborazione dell’evento di perdita.<br />
La morte “<em>all’inizio della vita</em>” è concettualmente difficile da capire  e da accettare, sia da parte di chi ne è colpito direttamente, e che comunque deve farci i conti, sia da parte della società; non è un caso che nella nostra lingua ed in molte altre non sia previsto un termine che indichi il genitore che perde un figlio, (mentre ad esempio in francese c’è un termine preciso, <em>les parent désenfantés</em>).</p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 175px"><img class="   " style="margin: 10px;" title="&quot;La culla vuota&quot; Segantini 1881" src="http://bbcc.ibc.regione.emilia-romagna.it/samira/v2fe/thumbs/piacenza/pc004/pc004_01/00000072-med.jpg" alt="&quot;La culla vuota&quot; Segantini 1881" width="165" height="240" /><p class="wp-caption-text">&quot;La culla vuota&quot; Segantini 1881</p></div>
<p>La nostra cultura non trova parole che possano spiegare ciò che di per sé è innaturale e non razionalizzabile (come si può morire prima di nascere?) e senza parole non si formulano pensieri. Un dolore cui non si dà voce è un dolore destinato a restare privato, perché mancano le parole per poterlo definire, pensare e condividere. La morte prenatale  e perinatale e il lutto che ne consegue non hanno dunque un posto sociale, rimangono ancora un <strong>tabù</strong>, scarsamente affrontato,  non solo dalla società, ma anche dai professionisti, da sempre poco preparati ad affrontare il lutto e la morte (Kubler-Ross et al., 1972).<br />
L’elaborazione del lutto è un percorso che ognuno affronta con le proprie risorse e secondo i propri tempi. Il lutto perinatale ha una durata variabile <strong>da sei mesi a circa due anni</strong>, durante i quali le madri ed i padri attraversano l’esperienza luttuosa vivendola nella quotidianità, giorno per giorno. Se assistiti correttamente, i genitori procedono verso la riorganizzazione della propria vita ed hanno un progressivo riadattamento psico-sociale (<strong>resilienza</strong>); per questo sono determinanti il sostegno dell’ambiente circostante e la presenza di risorse specifiche (Hutti, 2005;Cote-Arsenault and Freije, 2004).  Le modalità di elaborazione di un lutto “normale” non possono prescindere dai propri vissuti e dalla propria personalità, ed ogni terapeuta dovrà sostenere la persona in lutto facilitando in essa lo sviluppo delle competenze necessarie all’elaborazione. In nessun caso prendersi cura di una persona in lutto significa prendere il suo posto nel processo decisionale o influenzarne le scelte: <strong>nel lutto in generale, e soprattutto nel lutto perinatale, i consigli, le direttive, le forzature sono inutili e dannose ai fini di una buona elaborazione, così come i giudizi, morali, etici e qualitativi</strong> (es: &#8220;questa reazione mi sembra eccessiva, pensi a chi perde un figlio grande!&#8221;). Ogni genitore, ed ogni famiglia ha la sua storia e le sue peculiari risorse interne. Il ruolo del terapeuta è dunque quello di permettere ai genitori di trovare quello spazio e quel tempo per pensare alla morte e per mettere in atto tutte quelle strategie che servono per elaborare il lutto e per lasciare andare quel bambino con la maggiore serenità possibile (Capitulo, 2005).<br />
Se non adeguatamente elaborato il lutto perinatale può trasformarsi in “lutto complicato”, influenzare negativamente il legame con gli altri figli o la genitorialità futura. La morte perinatale è un fattore di rischio che mina il benessere delle gravidanze successive (Saflund et al., 2002) e <strong>condiziona lo stile di attaccamento genitore-bambino</strong> (Turton et al., 2001;Lamb, 2002;O&#8217;Leary, 2004).</p>
<p>Durante le gravidanze successive ad una perdita perinatale ambedue i genitori possono avere sintomi di ansia e depressione, e sperimentare di nuovo i vissuti appartenenti alla precedente esperienza negativa, oppure possono “negare” la nuova gravidanza, per paura di perderla ancora, sperimentando iperprotettività, ansia, o al contrario, distacco e freddezza (Phipps, 1985;Robertson and Kavanaugh, 1998). Alcune ricerche hanno rilevato che <strong>la morte perinatale rappresenta un fattore di rischio</strong> per lo sviluppo di disturbi psichici nei bambini successivi, tra cui disturbi alimentari dell’infanzia e disturbi dell’attaccamento di tipo disorganizzato (Pinto et al., 2006;Hughes et al., 2001). Accogliere la coppia genitoriale colpita da lutto permette quindi sia di promuovere la salute dei genitori, sia di prevenire il disagio psichico nell’intero nucleo familiare (Saflund and Wredling, 2006;Saflund et al., 2004).</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><img class=" " style="margin: 10px;" title="Il supporto alla coppia" src="http://www.graphics.iparenting.com/photopost/data/599/medium/doctor-and-grieving-couple-photo-250-j-11812922-483x724.jpg" alt="Il supporto alla coppia" width="230" height="150" /><p class="wp-caption-text">Il supporto alla coppia</p></div>
<p>La rete sanitaria e sociale può offrire supporto e aiuto mettendo a disposizione servizi di counseling, e attraverso la distribuzione di materiale di autoaiuto. La presenza di servizi di per sé promuove l’elaborazione dell’evento, perché riduce il senso di solitudine tipico delle prime fasi del lutto e promuove lo sviluppo di risorse personali (Geller et al., 2006).<br />
Le modalità con le quali la perdita viene percepita e comunicata al genitore possono rappresentare un trauma ulteriore, così come le modalità di intervento successive alla diagnosi e il supporto ricevuto durante il parto e le dimissioni. Un’attenzione partecipe ai bisogni dei genitori durante la diagnosi, il parto e le dimissioni dall’ospedale, permettono un migliore recupero e forniscono un indubbio strumento per la resilienza (Ewton, 1993), mentre la malpractice data dall’assenza di supporto complica il percorso aggiungendo un trauma al trauma. <strong>Il sostegno psicologico ed il supporto empatico ai genitori dovrebbero iniziare contestualmente all’evento di perdita</strong>, e divenire parte integrante dell’assistenza ginecologica ed ostetrica, che occupandosi esclusivamente degli aspetti organici e medici minimizza o evita completamente la cura del dolore “psichico” intrinseco alla morte perinatale. Questa scissione corpo – mente, dolore fisico e dolore psichico, riflette molto spesso la mancanza di formazione specifica e, soprattutto, la mancanza di supporto e di spazi condivisi in cui l’equipe possa trovare le risorse per offrire un’assistenza integrata ai genitori (Saflund et al., 2002;McCreight, 2005).<br />
Il lutto perinatale, pur configurandosi come un trauma che necessiterebbe di un immediato soccorso per ridurre l’insorgenza di altri traumi ad esso correlati, è tra i lutti di più difficile gestione, ed è considerato motivo di profondo stress da parte degli operatori (Ravaldi et al., 2007; Ravaldi et al., 2010, in press). Le fasi in cui il ruolo dell’operatore è determinante nel ridurre l’impatto traumatico sono quelle iniziali, in cui la coppia versando in una fase di shock necessita di sostegno e di continuità assistenziale, l’incontro ed il saluto del bambino, e il ritorno a casa (Carr and Knupp, 1985).<br />
Dopo la diagnosi di morte perinatale <strong>la coppia sperimenta uno stato di shock e di profonda disorganizzazione psichica</strong>. Il dolore l’incredulità e lo stordimento sono così intensi e pervasivi da limitare la capacità di comprensione, per cui è possibile che le madri ed i padri abbiano bisogno di tornare più volte su alcuni concetti, di avere spiegazioni chiare e semplici, e di essere guidati nel percorso, anche se dall’esterno può sembrare tutto perfettamente logico e comprensibile Le emozioni ed i vissuti sono molto intensi e variabili da persona a persona nella loro intensità e nel modo di proporsi:distacco, rabbia, depressione, senso di colpa, ma anche dolore, paura, invidia nei confronti delle gravidanze e dei bambini degli altri. L’apparente anestesia emotiva che spesso alcune madri dimostrano fa parte di un comune meccanismo difensivo, che permette al soggetto traumatizzato di entrare lentamente a contatto con il trauma, in modo da non esserne travolto. Nella prima fase di shock c’è sempre un’intensa attività mnesica: ciò che i primi giorni sembra confuso e sfuocato è registrato dettagliatamente nella memoria e i ricordi traumatici riemergono anche a distanza di anni.<br />
Il parto del proprio bambino morto, il poco tempo da condividere con lui, la sua assenza nei giorni successivi: il corpo conserva la “sua” memoria della gravidanza e spesso ripropone per qualche tempo i vissuti relativi alla presenza del bambino (<strong>alcune donne sentono i movimenti nella pancia</strong>, altre hanno l’impressione di <strong>sentire il pianto del loro bambino</strong>, altre ancora <strong>producono latte </strong>e rispondono scarsamente alle terapie inibenti). Molte madri riportano una sensazione sgradevole e dolorosa alle braccia, definita “<strong>la sindrome delle braccia vuote</strong>” che è presente in modo acuto soprattutto nelle prime settimane dopo la perdita ed è legata al venir meno delle funzioni di accudimento. Le madri colpite dal lutto perinatale sperimentano una dolorosa sensazione (sia fisica che mentale) di vuoto e di sbigottimento, estrema tristezza, sentimenti di colpa, di fallimento della funzione materna e isolamento, irritabilità, rabbia. Il ruolo del personale curante è infine quello di restituire ai genitori gli aspetti più costruttivi di quell’esperienza di perdita, incoraggiandoli a vivere passo passo tutte le fasi, dalla diagnosi alla dimissione al meglio delle loro possibilità, sottolineando i loro punti di forza e sostenendoli nei momenti di abbattimento. Riportare l’attenzione su quello che ancora si può fare e sul loro amore di genitori è una funzione centrale del processo di lutto, perché permette ai genitori di affrontare la perdita con tutta la consapevolezza possibile.<br />
Dopo la dimissione dall’ospedale inizia il momento più difficile per i genitori, quello del ritorno alla loro realtà in una veste completamente diversa da quella attesa, e con la dura necessità di confrontarsi con il vuoto lasciato dalla morte di quel bambino tanto atteso: in quei momenti la realtà si manifesta per quella che è, la perdita viene razionalizzata (“<em>ho capito che era successo davvero</em>”) ed insieme al dolore si avverte fortissima la necessità di essere accuditi ed aiutati, e soprattutto di non essere lasciati soli. In questa fase i genitori chiedono più o meno attivamente aiuto, ai familiari, agli amici al loro consultorio o all’ospedale. <strong>La presenza di materiale di autoaiuto e la disponibilità di riferimenti telematici possono essere d’aiuto per una sana elaborazione del lutto</strong> (Capitulo, 2004).<br />
Data però la difficoltà generale nell’affrontare questo lutto, ed in assenza di risorse accessibili, un genitore può ricevere risposte terapeutiche scarsamente utili, se non addirittura dannose.<br />
Tra le più comuni modalità “di cura” del lutto si hanno la patologizzazione del lutto, considerato come una malattia psichiatrica, o la negazione del lutto, in cui il lutto viene banalizzato e il genitore è esortato a superarlo.<br />
La scarsa conoscenza del lutto e la fretta di “guarire” dal lutto-malattia motivano la frequente prescrizione di terapie farmacologiche, soprattutto ansiolitici e antidepressivi, allo scopo di “alleviare il dolore” e ridurre i sintomi fisiologici ad esso correlati, come il pianto o i disturbi del sonno; i farmaci, salvo casi a rischio di lutto complicato, danneggiano il fisiologico percorso di elaborazione del lutto, bloccando la fisiologica risposta neuroendocrina e danneggiando i meccanismi interni di coping.<br />
La banalizzazione dell’evento e dei vissuti ad esso correlati sono <strong>alla base dell’assenza di supporto e della carenza di risorse</strong>; in questi casi la sofferenza è considerata “normale” e il bisogno di aiuto negato (“non sei il primo né l’ultimo, non pensarci e fatti forza”).<br />
Una buona cura consiste nell’affiancare il genitore durante i momenti più salienti del percorso di lutto, dalla diagnosi al parto, dall’incontro col bambino alla dimissione; dopo la dimissione, stabilire una continuità nell’assistenza e pianificare l’utilizzo delle risorse disponibili è in genere di grande aiuto e riduce sensibilmente il senso di solitudine e di isolamento che molti genitori sperimentano. La presenza di una rete di sostegno, formata da ginecologo, ostetrica, psicologo/counselor e gruppi di automutuoaiuto accompagna i genitori dalla “morte” del loro bambino alla loro rinascita, momento in cui, finalmente liberi dalle spire del lutto, possono avere le sufficienti risorse fisiche e psichiche per prepararsi ad essere nuovamente genitori, e per trovare nella loro mente e nei loro gesti uno spazio sufficiente per il nuovo bambino.<br />
Se è vero che ogni bambino perduto merita di essere ricordato, è anche vero che ogni bambino in arrivo merita di essere accolto al meglio per la sua unicità e dovrebbe poter godere di una madre e un padre liberi di lasciarsi andare all’amore, e non impietriti dal dolore e dalla paura.</p>
<h3>Bibliografia</h3>
<p>Capitulo KL (2004) Perinatal Grief Online. MCN Am J Matern Child Nurs 29: pp 305-311.<br />
Capitulo KL (2005) Evidence for Healing Interventions With Perinatal Bereavement. MCN Am J Matern Child Nurs 30: pp 389-396.<br />
Carr D and Knupp S F (1985) Grief and Perinatal Loss. A Community Hospital Approach to Support. J Obstet Gynecol Neonatal Nurs 14: pp 130-139.<br />
Cote-Arsenault D and Freije M M (2004) Support Groups Helping Women Through Pregnancies After Loss. West J Nurs Res 26: pp 650-670.<br />
Ewton DS (1993) A Perinatal Loss Follow-Up Guide for Primary Care. Nurse Pract 18: pp 30-36.<br />
Geller PA, Psaros C and Kerns D (2006) Web-Based Resources for Health Care Providers and Women Following Pregnancy Loss. J Obstet Gynecol Neonatal Nurs 35: pp 523-532.<br />
Hughes P, Turton P, Hopper E, McGauley G A and Fonagy P (2001) Disorganised Attachment Behaviour Among Infants Born Subsequent to Stillbirth. J Child Psychol Psychiatry 42: pp 791-801.<br />
Hutti MH (2005) Social and Professional Support Needs of Families After Perinatal Loss. J Obstet Gynecol Neonatal Nurs 34: pp 630-638.<br />
Kirkley-Best E and Kellner K R (1982) The Forgotten Grief: a Review of the Psychology of Stillbirth. Am J Orthopsychiatry 52: pp 420-429.<br />
Kubler-Ross E, Wessler S and Avioli L V (1972) On Death and Dying. JAMA 221: pp 174-179.<br />
Lamb EH (2002) The Impact of Previous Perinatal Loss on Subsequent Pregnancy and Parenting. J Perinat Educ 11: pp 33-40.<br />
McCreight BS (2005) Perinatal Grief and Emotional Labour: a Study of Nurses&#8217; Experiences in Gynae Wards. Int J Nurs Stud 42: pp 439-448.<br />
O&#8217;Leary J (2004) Grief and Its Impact on Prenatal Attachment in the Subsequent Pregnancy. Arch Womens Ment Health 7: pp 7-18.<br />
Phipps S (1985) The Subsequent Pregnancy After Stillbirth: Anticipatory Parenthood in the Face of Uncertainty. Int J Psychiatry Med 15: pp 243-264.<br />
Pinto C, Turton P, Hughes P, White S and Gillberg C (2006) ADHD and Infant Disorganized Attachment: a Prospective Study of Children Next-Born After Stillbirth. J Atten Disord 10: pp 83-91.<br />
Ravaldi C., Biagini A., Lapi F., Ricca V., Vannacci A., (2007) The relationship between professional burnout and psychological impact of life events in healthcare professionals involved in stillbirth management. Third annual congress of the International Stillbirth Alliance (ISA) &#8220;Perinatal Loss, improving care and prevention&#8221;, September 29 &#8211; October 2 2007, Birmingham (UK)<br />
Robertson PA and Kavanaugh K (1998) Supporting Parents During and After a Pregnancy Subsequent to a Perinatal Loss. J Perinat Neonatal Nurs 12: pp 63-71.<br />
Saflund K, Sjogren B and Wredling R (2002) Physicians&#8217; Attitudes and Advice Concerning Pregnancy Subsequent to the Birth of a Stillborn Child. J Psychosom Obstet Gynaecol 23: pp 109-115.<br />
Saflund K, Sjogren B and Wredling R (2004) The Role of Caregivers After a Stillbirth: Views and Experiences of Parents. Birth 31: pp 132-137.<br />
Saflund K and Wredling R (2006) Differences Within Couples&#8217; Experience of Their Hospital Care and Well-Being Three Months After Experiencing a Stillbirth. Acta Obstet Gynecol Scand 85: pp 1193-1199.<br />
Turton P, Hughes P, Evans C D and Fainman D (2001) Incidence, Correlates and Predictors of Post-Traumatic Stress Disorder in the Pregnancy After Stillbirth. Br J Psychiatry 178: pp 556-560.</p>

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		<title>La carne e il cuore: storie di donne</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 23:01:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
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<p> E&#8217; uscito il libro &#8220;La carne e il cuore: storie di donne&#8221; a cura di Carlo Valerio Bellieni, che contiene una lunga <strong>intervista alla dott.ssa Claudia Ravaldi</strong> sui temi della maternità, dell&#8217;interruzione di gravidanza e della laicità della sua professione medica di fronte ad alcuni importanti temi di bioetica.</p>
<li><em>Due femministe, quattro suore, due ginecologi e  una psichiatra: un esplosivo mix che ci trascina con forza  nell&#8217;universo femminile infrangendo tabù e pregiudizi. Dalla diagnosi  prenatale alle bambole, dall&#8217;aborto all&#8217;amore per il corpo: chi sa  quante sorprese riserva il mondo femminile quando si guarda con gli  occhiali giusti?</em></li>
<p><br/><br/></p>
<p style="text-align: left;">In questo post sono riportati alcuni estratti dall&#8217;intervista. Il libro è edito da <strong>Cantagalli</strong> (collana <strong>Il  coraggio di scegliere</strong>), è distribuito in tutte le librerie ed è anche <a href="http://www.ibs.it/code/9788882725204/zzz1k1456/carne-e-il-cuore.html?shop=3270" target="_blank">acquistabile online</a> su IBS.it</p>
<p style="text-align: left;"><span id="more-436"></span></p>
<p><br/><br/></p>
<p style="text-align: left;"><em>A cura di Carlo Valerio Bellieni</em></p>
<p><br/>
<p style="text-align: left;">Una tavola rotonda fra tre medici impegnatissimi nel lavoro con le donne; sono medici di estrazione culturale diversa. Sono ripartiti tra laicità, chiesa cattolica e buddismo, rispettivamente. [...] Rispondono a delle domande-provocazione e ci colpiscono con la loro sincerità. Claudia Ravaldi è una psichiatra, Alessandra Kustermann è una ginecologa, così come Nicola Natale.</p>
<p><br/><br/>
<p style="text-align: left;">[...]
<p><br/><br/>
<p style="text-align: left;"><strong>CVB: </strong><em>Età avanzata: ormai sembra la normalità avere un solo figlio, decidere di farlo sopra i trent’anni: pensa che sia una saggia scelta?</em></p>
<p><br/><strong>CR:</strong> Il contesto sociale e culturale cui apparteniamo sembra scoraggiare l’acquisizione di una posizione adulta e genitoriale nei giovani; viene coltivata una mentalità di de-responsabilizzazione e si privilegia l’investimento sull’immediatezza e sull’autodeterminazione narcisistica. Oggi si compiono più facilmente scelte indirizzate al consumo e al possesso materiale piuttosto che all’acquisizione di strumenti interiori di ascolto, consapevolezza e progettualità.<br />
Il consumo fine a se stesso, la tensione verso il raggiungimento di status esteriorizzanti e centrifughi, allontanano l’individuo da riflessioni evolutive appropriate per età e maturità. Manca (e se presente, è spesso ristretto) uno spazio interiore di riflessione e di auto-determinazione per armonizzare temperamento, personalità, progettualità e fasi evolutive della vita umana, tant’è che alcuni esperti oggi identificano l’inizio dell’età adulta con il compimento dei 30 anni, prolungando l’adolescenza di circa 10 anni, con le ovvie conseguenze. Il benessere materiale e l’agio, producono una riduzione dell’autonomia decisionale e della capacità esplorativa, riducendo la consapevolezza di sé e procrastinando l’acquisizione di una posizione adulta. L’inconsapevolezza, il desiderio narcisistico di auto-soddisfacimento, promosso e sostenuto dalle scelte di legame genitori-figli basate su meccanismi di controllo e di deresponsabilizzazione e di ipercura, negano al giovane uomo e alla giovane donna l’accesso ai propri reali desideri e alla costruzione mentale di un proprio spazio nel mondo adulto e nel mondo genitoriale. Per questi motivi, più che di scelta saggia, parlerei di rimozione inconsapevole. Se potessimo dare ai nostri figli le chiavi personali per accedere con maturità e serenità ad un Io più interiore che apparente, certamente assisteremmo a coppie giovani libere di creare nuove famiglie senza sentirsi per questo malgiudicati o isolati da una società/famiglia di appartenenza assolutamente controllanti e discriminanti verso chi “privilegia” la famiglia e non la carriera e l’autoaffermazione.</p>
<p><br/><br/>
<p style="text-align: left;">[...]</p>
<p><br/><br/>
<p style="text-align: left;"><em><strong>CVB:</strong></em> <em>Nelle recenti discussioni sulla fecondazione in vitro, molto si è discusso sui diritti dell’embrione. Lei crede che l’embrione possa essere considerato un paziente? E il feto?</em></p>
<p><br/>
<p style="text-align: left;"><strong>CR: </strong>comunemente si definisce paziente «colui che riceve cure o attenzioni mediche». Secondo questa definizione, che è l’evoluzione dell’arcaico «colui che soffre», il paziente è chiunque sia oggetto di cure, e dunque il bambino nelle primissime fasi della vita, oggetto di attenzione medica, è secondo me da considerarsi “paziente”.<br />
Nel caso di un bambino in utero, i pazienti sono due: la mamma ed il suo bambino. Di fronte a una donna in gravidanza, i curanti dovrebbero essere consapevoli che agiscono in un momento particolare della vita di una donna, un momento in cui si è “due in uno”: avere presente l’esistenza di questa diade, dare il giusto spazio mentale a tutti i protagonisti di quel momento, permette ai curanti e alla donna di condividere un percorso nel modo più consapevole e più sereno possibile, anche nel caso di situazioni difficili, come ad esempio la diagnosi di patologia fetale o la scelta di applicare la riduzione selettiva in caso di gravidanza plurigemellare. Sapere che c’è un piccolissimo“paziente” (di nome e di fatto, perché accetta, non potendo fare altro, ciò che viene scelto per lui) dentro ad una paziente che è in grado di compiere scelte e di collaborare attivamente con i medici per una cura adeguata a quel caso e a quella circostanza, permette a genitori e curanti di agire cercando di tutelare la salute. Una donna che sceglie di abortire o di rinunciare alle possibili cure per suo figlio è spesso una donna scarsamente informata della presenza di alternative e certamente condizionata dallo scarso valore che ancora oggi si dà alle prime fasi della vita umana, per cui l’embrione e il feto sono ancora visti più come “appendici” amorfe che come persone in divenire e, dunque, come “pazienti” oggetto di cure.</p>
<p><br/><br/>
<p style="text-align: left;">[...]</p>
<p><br/><br/>
<p style="text-align: left;"><em><strong>CVB:</strong> Cosa intende lei con il termine “persona”?</em></p>
<p><br/><strong>CR:</strong> essendo persona un termine che ha assunto oggi una definizione per lo più di tipo giuridico, preferisco parlare di essere umano, termine che abbraccia l’essere vivente dal suo concepimento alla morte. Per esperienza personale, dopo la perdita di mio figlio, avvenuta per morte intrauterina a 38 settimane di gravidanza, mi sono scontrata con l’accezione giuridica del termine persona, che riconosce come tale solo chi è nato vivo. Mio figlio, nato morto, non è una persona (inteso in senso giuridico), quindi non ha alcun diritto, tra cui quello di essere presente nel mio stato di famiglia. Per lo stato, mio figlio non è mai esistito, per me come madre, e per i genitori come me, i nostri bambini<br />
(feti o, in moltissimi casi, embrioni) sono persone, esseri umani, da trattare con rispetto e dignità, anche se molto malati o destinati ad una vita cortissima.</p>
<p><br/><br/>
<p style="text-align: left;">[...]</p>
<p><br/><br/>
<p style="text-align: left;"><em><strong>CVB:</strong> A cosa pensa sia dovuta l’alta media di ecografie prenatali in gravidanze a basso rischio?</em></p>
<p><br/><strong>CR:</strong> L’ecografia ha il pregio di rendere “visibile” all’occhio ciò che altrimenti non potrebbe essere visto: rappresenta dunque un momento di verifica, di rassicurazione rispetto ad eventuali complicanze, ma anche di profonda relazione con il bambino: nei ricordi di gravidanza di molte madri e di molti papà l’ecografia è il momento in cui avviene un incontro privilegiato (ad esempio, i genitori fanno fantasie sulle somiglianze e attribuiscono emozioni al bambino in base alle espressioni del volto). Molti studi ci dicono come l’ecografia rinsaldi il legame genitori-bambino, come per i genitori sia positivo incontrare in modo visivo il bambino e seguirne lo sviluppo. Non a caso i genitori collezionano le immagini ed i video ecografici e le mostrano a parenti e amici con orgoglio, quasi come se l’ecografia fosse un’anticipazione dell’incontro col neonato. Uno spunto di riflessione personale: fare un’ecografia è più veloce e immediato rispetto a insegnare ad una persona a “sentirsi” genitore e, come spesso accade oggi, soddisfa nell’immediato un bisogno, in una sorta di take-away che risponde ad un’esigenza immediata ma non aiuta il genitore a creare altri canali comunicativi con quel bambino. Molte madri ansiose, sia dopo eventi di perdita sia alla prima gravidanza, arrivano a non fidarsi più della loro capacità di contare movimenti fetali, e accolgono volentieri l’offerta del curante: “vieni quando vuoi che diamo un’occhiatina”. Il pericolo è la delega a terzi di un istinto personale e di una capacità connaturata alla maternità, e la sopravvalutazione del canale visivo rispetto ad altri canali sensoriali.</p>
<p><br/><br/>
<p style="text-align: left;">Potete leggere il resto delle interviste alla dott.ssa Ravaldi, alla dott.ssa Kustermann, al dott. Natale, alle giornaliste Alessandra Di Pietro e Paola Tavella e alle suore di clausura Suor Roberta, Suor Mariacarla, Suor Eva e Suor Elena nel libro &#8220;<a href="http://www.ibs.it/code/9788882725204/zzz1k1456/carne-e-il-cuore.html?shop=3270" target="_blank">La carne e il cuore: storie di donne</a>&#8220;, a cura di <a href="http://carlobellieni.splinder.com/post/22189026/Libro+da+non+perdere" target="_blank">Carlo Valerio Bellieni</a>.</p>
<p><br/><br/></p>


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		<title>Come superare il trauma del lutto perinatale</title>
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		<pubDate>Mon, 19 May 2008 00:26:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicotraumatologia]]></category>
		<category><![CDATA[gravidanza]]></category>
		<category><![CDATA[lutto]]></category>

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Intervista di Angela Bisceglia alla dr.ssa Claudia Ravaldi
Da Dolce Attesa – Maggio 2008
Perdere un bambino è sicuramente una vicenda molto triste nella vita di una coppia e, soprattutto nei primi tempi, lascia un senso di vuoto che sembra impossibile superare. &#8220;È importante prendersi [...]


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<li><a href='http://www.psico-terapia.it/wp/484-piccoli-principi-la-morte-in-attesa.html' rel='bookmark' title='Permanent Link: Piccoli Principi, la morte in-attesa'>Piccoli Principi, la morte in-attesa</a></li>
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<p><em>Intervista di Angela Bisceglia alla dr.ssa Claudia Ravaldi<br />
Da Dolce Attesa – Maggio 2008</em></p>
<div id="attachment_261" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><a href="http://www.psico-terapia.it/wp/wp-content/uploads/2008/05/pepita.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-261 " style="margin: 5px 10px;" title="Lutto in gravidanza" src="http://www.psico-terapia.it/wp/wp-content/uploads/2008/05/pepita-150x133.jpg" alt="Lutto in gravidanza" hspace="10" vspace="5" width="141" height="125" /></a><p class="wp-caption-text">Piccoli Principi, di Giovanni Presutti</p></div>
<p>Perdere un bambino è sicuramente una vicenda molto triste nella vita di una coppia e, soprattutto nei primi tempi, lascia un senso di vuoto che sembra impossibile superare. &#8220;È importante <strong>prendersi tutto il tempo necessario per rielaborare il lutto</strong> che si è vissuto, senza farsi fretta e senza pretendere di cancellarlo dalla propria memoria&#8221;, dice <strong>Claudia Ravaldi, psicoterapeuta e fondatrice dell&#8217;Associazione Ciaolapo Onlus</strong>, nata proprio per offrire un sostegno ai genitori che hanno perso un figlio. &#8220;Quello del dolore è un passaggio obbligato e <strong>la guarigione non può essere resa più rapida</strong>, altrimenti il lutto non verrà superato. Molti genitori cercano un altro figlio al più presto, per colmare il vuoto e soddisfare il bisogno fisico di tenere in braccio una nuova creatura. Ma se le due esperienze sono troppo ravvicinate, la mamma rischia di provare ancora troppo intensamente il dolore della perdita: la conseguenza è che o <strong>si sente in colpa perché crede di dimenticare</strong> o rinnegare in questo modo il precedente bambino o, per scaramanzia, <strong>vive la gravidanza con minore partecipazione</strong>, con distacco, nella paura di affezionarsi al nuovo piccolo.<br />
<span id="more-164"></span><br />
Ci sono donne che non si toccano la pancia o non guardano il monitor quando fanno l&#8217;ecografia, che non preparano nulla per il nascituro, nemmeno il fiocco; molte mamme stanno assai peggio quando si avvicinano alla settimana in cui si è verificata la perdita del bambino precedente, e spesso <strong>cercano in tutti i modi di anticipare la data del parto</strong>. È invece molto importante concentrarsi sull&#8217;unicità di quel che si sta vivendo, coltivare il legame col bambino giorno per giorno e non vivere la gravidanza come &#8216;in apnea&#8217;, in attesa della nascita&#8221;.</p>
<p>Quanto sarebbe meglio aspettare, dunque, prima di riprovarci? &#8220;Ognuno ha i suoi tempi, ma in genere almeno sei-dodici mesi sono necessari&#8221;, risponde Claudia Ravaldi. &#8220;Il momento &#8216;giusto&#8217; può essere <strong>quando sentiamo che la voglia di amare è più forte della paura</strong>, quando la sofferenza si è trasformata in qualcosa di caro da ricordare e pensiamo al piccolo scomparso con tenerezza, dolcezza e non più solo con dolore, consapevoli che non ruberemo niente se ameremo anche un altro bambino&#8221;.</p>
<p>In questa fase di lutto, ma anche successivamente, <strong>è fondamentale non chiudersi in se stesse</strong>. Tante donne tendono a tacere l&#8217;esperienza vissuta come se fosse qualcosa da nascondere o di cui vergognarsi. Invece, è indispensabile informare le persone che ci seguiranno nella nuova gravidanza di quel che è successo, non solo per gli opportuni accertamenti medici, ma anche per avere un adeguato sostegno psicologico.</p>
<p>L&#8217;ideale sarebbe confrontarsi con chi ha già vissuto la stessa esperienza, in modo da poter esternare liberamente i propri sentimenti e le proprie paure. Infine, nel corso della nuova gravidanza è molto importante coinvolgere il papà nel legame con il nuovo bambino, lavorando sul rapporto madre-padre-bambino e sul recupero di un contatto pieno e profondo con il nascituro: esistono tecniche di bonding (che significa proprio &#8216;legame&#8217;) che i genitori possono facilmente imparare dagli educatori prenatali e che, attraverso <strong>semplici esercizi</strong>, consolidano la relazione col bebè e <strong>allentano lo stress dovuto alla paura di perdere anche questo bambino</strong>.</p>
<p><em>Leggi di più su <a href="http://www.ciaolapo.it">www.ciaolapo.it</a><br />
</em></p>

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		<title>Dimensione Donna</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2007 00:25:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Disturbi alimentari]]></category>
		<category><![CDATA[Salute femminile]]></category>
		<category><![CDATA[alimentazione]]></category>
		<category><![CDATA[anoressia]]></category>
		<category><![CDATA[bulimia]]></category>

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		<title>Il punto sulla depressione post-partum</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Jan 2007 21:10:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Depressione]]></category>
		<category><![CDATA[Salute femminile]]></category>
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Intervista di Angela Allegria alla dr.ssa Claudia Ravaldi
Da 7Magazine – Gennaio 2007
Sempre più spesso si sente parlare di una forma di depressione di cui soffrono le puerpere nei primi mesi di vita dei nuovi nascituri. La capacità di accettare un nuovo essere che [...]


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<li><a href='http://www.psico-terapia.it/wp/120-la-depressione-post-partum-nei-padri-effetti-a-breve-e-medio-termine.html' rel='bookmark' title='Permanent Link: La depressione post partum nei padri: effetti a breve e medio termine'>La depressione post partum nei padri: effetti a breve e medio termine</a></li>
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<p><em>Intervista di Angela Allegria alla dr.ssa Claudia Ravaldi<br />
Da 7Magazine – Gennaio 2007</em></p>
<p><img class="alignleft" title="depressione post-partum" src="http://www.brownchiro.com/images/pregnancy.jpg" alt="" width="188" height="124" />Sempre più spesso si sente parlare di una forma di depressione di cui soffrono le puerpere nei primi mesi di vita dei nuovi nascituri. La capacità di accettare un nuovo essere che magari si era immaginato in modo diverso, il panico di insuccesso, forse ancora la stanchezza e la tensione accumulata durante i mesi di gravidanza e nelle notti insonni in cui si sentiva piangere il bambino appena nato: questi i motivi che hanno addotto le madri a cui è stato chiesto a cosa potevano ricollegare, secondo la propria esperienza, la c.d. depressione post partum.<br />
Per approfondire il problema, per cercare di capirne di più abbiamo chiesto alla Dott.ssa Claudia Ravaldi, psichiatra e psicoterapeuta, Membro della Società Italiana per lo Studio dei <acronym title="Disturbi del Comportamento Alimentare">DCA</acronym> e della Academy for Eating Disorders.<br />
<span id="more-263"></span><br />
<strong>Quante donne circa hanno la c.d. depressione post partum?</strong><br />
Si calcola che tra il 10 ed il 15 % delle donne dopo la gravidanza vadano incontro ad una forma di depressione post partum. Di queste, circa 1/3 sviluppa la sindrome depressiva piena, con sintomi gravi e duraturi.</p>
<p><strong>Quali sono i fattori che conducono una donna che ha partorito da poco alla c.d. depressione post partum?</strong><br />
I fattori coinvolti sono numerosi: genetici, biologici, esperienziali, ambientali.<br />
Principalmente la vera depressione post partum ha tra i fattori di rischio: avere avuto episodi precedenti di depressione, o aver sofferto di altri disturbi psicologici, come disturbo ossessivo compulsivo, disturbo di panico, varie forme di psicosi.<br />
Tuttavia in alcuni casi la depressione post partum esordisce anche in assenza di precedenti disturbi. In questi casi i fattori determinanti sono l’influenza dei cambiamenti ormonali della gravidanza e dell’allattamento sull’umore, ma anche fattori esterni, che possono funzionare da amplificatore di sintomi depressivi lievi: ad esempio lo scarso supporto sociale, la solitudine, le condizioni economiche precarie, disagi familiari, vissuti familiari difficili nella storia della madre (che rendono difficoltoso il passaggio dal ruolo di figlia al ruolo di genitore), parto traumatico, perdita di precedenti gravidanze.</p>
<p><strong>Come si manifesta?</strong><br />
Generalmente, ma non tutti i casi di depressione post partum hanno lo stesso decorso, si inizia con un profondo senso di disagio e di difficoltà ad affrontare la vita quotidiana col bambino, senso di incapacità o profonda debolezza fisica; tutte queste sensazioni non vengono condivise con gli altri, perchè la madre le legge come strane, e può verognarsene profondamente.<br />
Disturbi del sonno (insonnia grave, ipersonnia), e dell’appetito, scarsa cura di sè, della casa o del bambino (difficoltà a fare la spesa, a fare le lavatrici etc); tutto è vissuto o come a rallentatore, con grande fatica, o convulsamente, con forte ansia e attivazione, senza concedersi un minuto di sosta, nemmeno quando necessario. Molto spesso le madri eseguono i compiti in modo automatico, senza partecipazione emotiva e “contatto” con l’esterno e soprattutto il bambino (lo allattano, ma non lo guardano). Il disagio in questi casi è molto forte, il senso di fallimento profondo, e la paura di “non riuscire a uscirne” è la norma.<br />
Da ciò derivano i pericolosi sensi di colpa rispetto alla propria incapacità come madre e come moglie, che a loro volta possono scatenare decisioni estreme (ad esempio: ti uccido perchè, con una madre così indegna, saresti destinato a soffrire per la vita)</p>
<p><strong>Cosa può provocare?</strong><br />
Essendo un disturbo psichico, ovviamente compromette la propria salute, sia fisica che psicologica, compromette la capacità di socializzare e condividere i problemi, aumenta l’isolamento ed il senso di solitudine e disperazione che se non riconosciuto da un buon ambiente familiare e medico porta poi agli atti auto o etero lesivi.</p>
<p><strong>Un Suo consiglio per superarla?</strong><br />
Per prima cosa la prevenzione: informare le donne di cosa accade fisiologicamente al loro sistema ormonale in gravidanza, e di quali sono i cambiamenti psicologici che naturalmente vengono fatti in questa fase di passaggio da figli a genitori. Insegnare loro a riconoscere i sintomi, a valutarli come tali (e non come difetti di carattere!) e a chiedere  a personale competente. Bastano poche parole alla madre e ai familiari per ottenere una buona osservazione di come vanno le cose.<br />
In caso di depressione post partum è evidente che l’evento di nascita pur atteso e desiderato ha prodotto un forte stress ormonale e psicologico,che necessita di cure per essere risolto.<br />
Intanto riposo e alimentazione corretti, l’utilizzo di blanda attività fisica per aumentare gli “ormoni” positivi, la ricerca di punti di riferimento d’aiuto, interni o esterni alla famiglia (in molti casi i semplici consultori ostetrici sono un grosso aiuto). Anche la delega di semplici compiti (faccende domestiche, cambiare il bambino, cucinare), può essere d’aiuto (le madri hanno spesso l’idea di dover fare tutto da sole, pena il non essere buone madri!).<br />
Recuperare il senso della propria vita e del momento presente vivendo giorno per giorno, ripercorrendo le tappe della gravidanza e ricordando le sensazioni positive. I sintomi sono destinati a diminuire, ci vogliono pazienza, fermezza e sostegno (meglio affiancare al sostegno familiare un sostegno psicoterapeutico o psicologico, per evitare aggravamenti).<br />
Talvolta si arriva alla diagnosi quando già i sintomi sono troppo gravi (apatia o insonnia ostinate, idee suicidiarie o lesive etc…): in questi casi è d’obbligo il supporto farmacologico, e appena possibile il supporto psicologico.</p>

<p>Altri articoli sullo stesso tema:<ol><li><a href='http://www.psico-terapia.it/wp/103-la-depressione-post-partum-quale-prevenzione.html' rel='bookmark' title='Permanent Link: La depressione post partum: quale prevenzione?'>La depressione post partum: quale prevenzione?</a></li>
<li><a href='http://www.psico-terapia.it/wp/120-la-depressione-post-partum-nei-padri-effetti-a-breve-e-medio-termine.html' rel='bookmark' title='Permanent Link: La depressione post partum nei padri: effetti a breve e medio termine'>La depressione post partum nei padri: effetti a breve e medio termine</a></li>
<li><a href='http://www.psico-terapia.it/wp/133-il-massaggio-come-terapia-della-depressione-e-dello-stress-psicofisico.html' rel='bookmark' title='Permanent Link: Il massaggio come terapia della depressione e dello stress psicofisico'>Il massaggio come terapia della depressione e dello stress psicofisico</a></li>
</ol></p>
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		<title>Suicidio giovanile</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Oct 2006 00:20:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Depressione]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio]]></category>

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L&#8217;Organizzazione Mondiale della Sanità dedica una giornata alla prevenzione del suicidio giovanile
Il 10 settembre 2006 l’organizzazione mondiale della sanità (WHO) ha celebrato la giornata mondiale della prevenzione del suicidio.
Il suicidio è la forma più eclatante di aggressività verso se stessi, è un atto [...]


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<li><a href='http://www.psico-terapia.it/wp/145-la-depressione-giovanile-come-fattore-di-rischio-per-lobesita.html' rel='bookmark' title='Permanent Link: La depressione giovanile come fattore di rischio per l&#8217;obesità'>La depressione giovanile come fattore di rischio per l&#8217;obesità</a></li>
<li><a href='http://www.psico-terapia.it/wp/147-ansia-ideazione-suicidiaria-e-rischio-di-suicidio.html' rel='bookmark' title='Permanent Link: Ansia, ideazione suicidiaria e rischio di suicidio'>Ansia, ideazione suicidiaria e rischio di suicidio</a></li>
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<h4>L&#8217;Organizzazione Mondiale della Sanità dedica una giornata alla prevenzione del suicidio giovanile</h4>
<p><img class="alignleft" title="Suicidio giovanile" src="http://www.psico-terapia.it/images/news/34.jpg" alt="" width="300" />Il 10 settembre 2006 l’<span class="evid">organizzazione mondiale della sanità</span> (WHO) ha celebrato la giornata mondiale della prevenzione del suicidio.<br />
Il suicidio è la forma più eclatante di aggressività verso se stessi, è un atto che comunica <strong>disperazione</strong>, incapacità di valutare obiettivamente il futuro, convinzione profonda che nulla abbia più un senso. Il suicidio è un atto che annulla l’istinto di sopravvivenza intrinseco all’essere umano; chi ha grave ideazione suicidiaria non pensa più ad altro, ha spesso uno stato di coscienza alterato, e può programmare nei dettagli l’atto suicidiario senza dare il minimo segno di debolezza o sconforto.<br />
Molti <span class="evid">giovani suicidi non condividono con nessuno il malessere emotivo</span> che causa poi l’atto: spesso il malessere che porta al suicidio non viene identificato come “patologia” e quindi come ferita curabile, ma inteso come un semplice dato di fatto, la prova che nulla è più possibile. Chi commette un atto suicidiario avverte soltanto la <span class="evid">profonda sensazione di sofferenza</span>, l’assenza di alternative e la liberazione che deriverà dal gesto: se in quel momento potesse osservare con consapevolezza e presenza mentale tutto il percorso attraverso cui è giunto all’ideazione suicidiaria, molto raramente deciderebbe di proseguire.</p>
<p><span id="more-157"></span>La <span class="evid">frequenza del suicidio giovanile</span> è molto elevata: le stime mondiali parlano di un milione di morti per suicidio all’anno, corrispondenti a 16 casi su 100000 abitanti. Negli ultimi 50 anni l’incidenza del suicidio è aumentata del 60%, diventando la terza causa di morte per gli adolescenti ed i giovani adulti.Mentre fino a poche decine di anni fa il gruppo più a rischio era rappresentato dagli uomini anziani, oggi sono gli adolescenti e i giovani ad avere il più alto rischio di suicidio in molti paesi, sia industrializzati che sottosviluppati.<br />
Se a questi dati aggiungiamo quelli del <strong>tentato suicidio</strong>, la cui frequenza è 20 volte più alta del suicidio completo, possiamo renderci conto di quanto grave sia questo fenomeno e di quanto sarebbe opportuno lavorare sinergicamente in termini di prevenzione con i bambini e gli adolescenti.<br />
Da un lato dovremmo saper prestare attenzione alla presenza di <span class="evid">fattori di rischio</span>, riconoscendoli precocemente: tra questi, la presenza di un <strong>disturbo psichico</strong> riconosciuto (depressione, disturbi psicotici, disturbo da uso di sostanze, disturbi del comportamento alimentare), la presenza di sintomi psichici nuovi, non riconosciuti o trattati e la variazione nei comportamenti (ad esempio, il calo del profitto scolastico, il ritiro sociale.<br />
Bisogna considerare che sebbene molti suicidi giovanili siano correlati alla presenza di <span class="evid">sindromi depressive</span> o ad uso di sostanze, non sono da sottovalutare fattori socioculturali ed eventi di vita: cambiamenti economici, familiari e personali, costituiscono veri e propri fattori trigger anche in assenza di disturbi psichici documentati in precedenza.</p>
<p>Oltre al riconoscimento precoce dei fattori di rischio, la <span class="evid">prevenzione del suicidio adolescenziale</span> dovrebbe prevenire i suddetti fattori di rischio attraverso:</p>
<ul>
<li><strong>informazione</strong> corretta di pediatri, medici di medicina generale, professori, insegnanti;</li>
<li><strong>interventi di psicoeducazione</strong>, da fare nelle scuole con i ragazzi, mirati al riconoscimento e alla gestione dei momenti di crisi, alla promozione di una maggiore autostima e all’acquisizione di buone capacità di copying;</li>
<li>una <strong>corretta comunicazione sul suicidio</strong>, tra operatori ma anche a livello sociale; il suicidio è un atto drammatico che per essere arginato richiede formazione, informazione e apertura.</li>
</ul>
<p>Nella nostra società, dove già parlare della morte è difficile, <span class="evid">parlare del suicidio resta un tabù</span>, e come tutti i tabù cade vittima di generalizzazioni e giudizi che più che mai ci allontanano dalla prevenzione del problema.</p>
<p>L’<span class="evid">organizzazione mondiale della sanità</span> sfata alcuni miti riguardanti il suicidio, purtroppo molto diffusi anche nella nostra cultura:</p>
<ul>
<li> <strong>non è vero che chi minaccia di suicidarsi poi di solito non lo fa</strong> (bisogna sempre prestare attenzione a frasi o gesti lesivi);</li>
<li> <strong>non è vero che parlare di suicidio può indurre una persona a farlo</strong>, anzi, questo contribuisce ad alleviare le emozioni negative e può ridurre il senso di solitudine, creando una positiva alleanza.</li>
</ul>
<p>Ulteriori informazioni su suicidio sul sito della <a href="http://www.who.int/mental_health/prevention/suicide/suicideprevent/en/" target="_blank">Organizzazione Mondiale della Sanità</a></p>

<p>Altri articoli sullo stesso tema:<ol><li><a href='http://www.psico-terapia.it/wp/126-dismorfismo-corporeo-e-rischio-di-suicidio.html' rel='bookmark' title='Permanent Link: Dismorfismo corporeo e rischio di suicidio'>Dismorfismo corporeo e rischio di suicidio</a></li>
<li><a href='http://www.psico-terapia.it/wp/145-la-depressione-giovanile-come-fattore-di-rischio-per-lobesita.html' rel='bookmark' title='Permanent Link: La depressione giovanile come fattore di rischio per l&#8217;obesità'>La depressione giovanile come fattore di rischio per l&#8217;obesità</a></li>
<li><a href='http://www.psico-terapia.it/wp/147-ansia-ideazione-suicidiaria-e-rischio-di-suicidio.html' rel='bookmark' title='Permanent Link: Ansia, ideazione suicidiaria e rischio di suicidio'>Ansia, ideazione suicidiaria e rischio di suicidio</a></li>
</ol></p>
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		<title>Dieta mediterranea e mass media</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Sep 2006 00:19:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nutrizione]]></category>
		<category><![CDATA[alimentazione]]></category>
		<category><![CDATA[dieta]]></category>
		<category><![CDATA[grassi]]></category>

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Nel nostro paese così ricco di contrasti e tipicamente  incline alla “fast culture”, si diffondono in modo ingiustificato e privo di  valide basi scientifiche vere e proprie “correnti di pensiero”.
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<p><img src="../../images/magritte_ceci-nest-pas-une-pomme.JPG" border="1" alt="Magritte mela" hspace="10" width="200" height="200" align="right" /></p>
<p>Nel nostro paese così ricco di contrasti e tipicamente  incline alla “fast culture”, si diffondono in modo ingiustificato e privo di  valide basi scientifiche vere e proprie “correnti di pensiero”.</p>
<p>L’alimentazione e, soprattutto la cosiddetta “sana” o <strong>buona  alimentazione</strong> sono tra le vittime prescelte di questo tipo di informazione di  massa, con i risultati che è possibile vedere sulla maggior parte dei settimanali  femminili e sulla maggior parte delle spiagge italiane:</p>
<ul>
<li> sedentarietà al limite  della fusione sdraio-pelle contrapposta allo spinning forsennato con 40° gradi  all’ombra</li>
<li> la bottiglia d’acqua iposodica accanto alla maxi coca ghiacciata</li>
<li> pizza  e patate arrosto in compagnia di anemici yogurt light.</li>
</ul>
<p>Il popolo dunque si divide, in sottogruppi sempre meno  definiti (è facilissimo infatti saltare da un gruppo all’altro a seconda di  mode, teorie, sbalzi d’umore, fidanzati o smanie di dieta):<span id="more-155"></span></p>
<ol>
<li>gli <strong>onnivori</strong>, a loro volta divisi in:
<ul>
<li>onnivori a tutte le ore (spesso detti <strong><em>junk food eater</em></strong>,  <a title="junk food - wikipedia" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Junk_food" target="_blank">vedi wikipedia</a>, i quali hanno perduto nei loro meandri biochimico-cognitivi le  sensazioni di fame e sazietà, che sono i bersagli preferiti di snacks, bevande  gassate, aperitivi, uso di alcolici, droghe e via discorrendo, ma anche di  noia, emozioni etc..)</li>
<li>gli onnivori consapevoli (ai quali è rimasto almeno un  barlume dei sensi di fame e sazietà, talvolta zittiti dalle continue proposte  alimentari mediatiche e non: mica è possibile difendersi sempre!)</li>
</ul>
</li>
<li>i  <strong>carnivori</strong> più o meno convinti (senza carne, preferibilmente rossa  e alla griglia, non si può definire pranzo un pranzo, cena una cena etc., anche  se conta 10 portate…)</li>
<li>i  <strong>vegetariani</strong></li>
<li> i <strong>vegani</strong></li>
<li> gli <strong>ortoressici</strong> (secondo vari gradi di ossessività)</li>
</ol>
<p>L’attenzione occidentale nei confronti delle <span class="evid">scelte  alimentari</span> è un serpente lunghissimo che avendo in testa l’obiettivo di cercare  le cause di obesità, anoressia e bulimia ha finito col mordersi la coda  (sedentarietà industria alimentare, scarso tempo e concentrazione su fame,  sazietà, preparazione dei pasti e consumo SEDUTI dei pasti stessi, culto della  magrezza (irrinunciabile) e stigma dell’obesità). Attualmente il serpente, ben  lungi dal fermarsi per tirare le somme, è stato visto procedere senza meta in  modo circolare.</p>
<p><img src="../../images/bruschette.jpg" alt="dieta mediterranea" hspace="10" vspace="10" width="241" height="162" align="right" />La diffusione delle industrie alimentari dei <strong>cibi pronti</strong> e  degli <strong><em>snacks</em></strong> è responsabile dell’invasione dell’occidente (e purtroppo anche  dei paesi poveri) di orde di derrate alimentari piuttosto <em>sui generis</em> dal punto  di vista nutrizionale, anche se apparentemente irresistibili, per le loro  caratteristiche intrinseche che li rendono vincenti rispetto al vecchio piatto  di pasta e fagioli, spaghetti al pomodoro o minestrone (per non citare  bruschette varie, zuppa di pesce, minestra di farro, polenta e funghi e così  via).</p>
<p>Gli <span class="evid">alimenti moderni</span> sono <strong>veloci</strong>, <strong>golosissimi</strong> dal punto di vista sensoriale  (vere e proprie bombe per le papille gustative, in grado di potenziare  all’infinito il ricordo chimico e quindi il successivo consumo), <strong>ben  confezionati</strong>, “<strong>per tutta la famiglia</strong>” (sempre porzionabili in confezioni da  caserma e <em>gadgets</em> accattivanti per i piccoli di casa). Inoltre, per cercare di  non scontentare nessuna delle categorie sopra menzionate, alcune industrie si  sono poste l’obiettivo di creare <span class="evid">piatti “più sani”</span>, e quindi arricchiti di  <strong>vitamine</strong> o <strong>minerali</strong> (come molti budini per bambini), <strong>alleggeriti di alcuni  grassi</strong> (i <em>cibi light</em>, che compensano la loro tristezza sensoriale con un  maggior volume), o addirittura <strong>arricchiti di acidi grassi &#8220;omega tre&#8221;</strong> (in pratica, lo stesso  alimento contiene troppi grassi saturi ma anche una rassicurante quota dei benefici  omega tre).</p>
<p><img src="../../images/presence_of_mind.jpg" alt="progettare alimentazione" hspace="10" vspace="10" width="150" height="202" align="left" />L’aspetto più pericoloso e infido di <strong>questi alimenti</strong>,  presentati come soluzione per tutta la famiglia (“sembrano” economici, veloci,  piacciono a tutti e si possono ingoiare quasi sempre senza masticare) è che  <strong>hanno come target l’infanzia</strong>.</p>
<p>I bambini sono  indifesi: non si chiedono cosa si nasconde dietro al regalo abbinato alla  confezione di cereali, (almeno una volta erano cereali, ora sono multiformi  polpette condensate con zuccheri semplici e aromi), non sanno pazientare per  esplorare tutti i sapori della frutta, o per masticare la carne.</p>
<p>Vedono improbabili ippopotami di cialda pieni di crema  all’olio di palma, di fronte ai loro bassi nasi davanti a tutte le casse di  tutti i supermercati e semplicemente, li vogliono, e quindi li chiedono (e,  ahinoi, spesso li ottengono magari alle sei del pomeriggio, dopo la merenda e  prima di cena). La perdita della <span class="evid">cultura alimentare</span> e, ma soltanto in apparenza,  del tempo per poterla mantenere quotidianamente sostengono il vorticare del  serpentone.</p>
<p><img src="../../images/verdura.jpg" alt="verdura e alimentazione" hspace="10" vspace="10" width="261" height="441" align="right" />La perdita della  <strong>capacità di progettare l’alimentazione</strong> dei figli con i figli da parte dei genitori, senza cedere a ricatti e strepiti,  concedendo ma osservando, alternando fermezza e giusti momenti di sano strappo  alla regola (una merendina non ha mai ingrassato nessuno, se inserita in un  alimentazione consapevole), allunga la vita del serpentone: cresceranno  generazioni senza più radici cultural-alimentari, per cui la norma sarà anche  da noi il <span class="evid">piatto pronto da scongelare</span> nel microonde e viaggiare per strada con  <span class="evid">bicchieroni di bevande ipercaloriche</span>.</p>
<p>L’incertezza decisionale dei genitori, in balia di mille  insicurezze di notizie contrastanti su cosa bisogna fare e cosa no, privi  spesso di un’opinione radicata nella loro esperienza, ingrassa il serpentone:  molti genitori certificano i figli alle mense scolastiche per nutrirli di  panini, o rifiutano l’adozione di norme sane come mangiare la frutta a metà  mattina per paura che i loro piccoli digiunino fino a mezzogiorno.</p>
<p>Si perde nelle generazioni il significato caleidoscopico del  <strong>cibo</strong>, che è un reale <strong>veicolo emotivo</strong>, una importante traiettoria comunicativa,  oltrechè un ovvio strumento per vivere e <span class="evid">mantenere la propria salute</span>: raramente  una famiglia mangia tutta insieme e nello stesso posto, e molti bambini moderni  fanno colazione in macchina, pranzano alla mensa, fanno merenda in ascensore  prima della lezione di calcio-nuoto-inglese-pianoforte-catechismo, cenano dai  nonni e dopocenano coi genitori prima di andare a letto, il tutto condito da  sms, giochino elettronici e televisione.</p>
<p>Per fermare l’avanzata del serpente <span class="evid">non servono</span>:</p>
<ul>
<li>la paura dei disturbi  alimentari</li>
<li>lo spauracchio dell’obesità,  (chi è già obeso di solito ha altro a cui pensare, tra cui difendersi dai  pregiudizi di persone piuttosto ignoranti; chi non lo è non si pone il problema  o se lo pone all’eccesso, ammalandosi d’altro)</li>
<li>le diete sui giornali</li>
<li>le cucchiaiate di  soia o gli omega tre per prevenire</li>
<li>i cibi light</li>
<li>riempire i carrelli  del supermercato di tutto quello che ci passa per la testa (e di solito sono scelte  pilotate dalle pubblicità viste dappertutto)</li>
<li>fare ore di palestra  perché così anche se mangio consumo tutto e non ingrasso</li>
<li>dire ai bambini che  hanno la pancia come il nonno e poi riempire lo zainetto di pizzette unte,  anziché preparare pane e pomodoro</li>
<li>la fretta, declinata  in tutte le situazioni, dal fare prima a cucinare, al fare prima a mangiarlo, a  voler arrivare a conoscere una giusta e personalizzata alimentazione basandosi  su regole stereotipate</li>
</ul>
<p>Per fermare l’avanzata del serpente <span class="evid">servono</span>:</p>
<ul>
<li> <strong>riscoprire il senso di fame e la sazietà</strong>, allenarli se li  abbiamo perduti, e riconquistare un ritmo alimentare armonico con i nostri  reali fabbisogni</li>
<li> <strong>dedicare 20 minuti al giorno ad ogni pasto</strong>, masticando bene  e seduti; questi sono 20 minuti dedicati a noi stessi e alla nostra persona  (fisica e psichica), quindi EVITIAMO di portare a tavola lavoro e/o conflitti.  A tavola si assaggia e si assapora, e ci si ascolta, se siamo genitori si  possono insegnare tante cose, facendo da esempio col nostro atteggiamento</li>
<li> <strong>curiosità per la cultura alimentare</strong>, e per le tradizioni  gastronomiche, per i sapori e per gli odori</li>
<li> chiedersi sempre <strong>cosa c’è dietro alle promozioni</strong> e ai  prodotti alimentari elaborati (come mai non esiste la pubblicità del sale da  cucina, ma esistono centinaia di pubblicità per i prodotti industriali?)</li>
<li> chiedersi se <strong>serve a qualcosa quello che stiamo mangiando</strong>,  oltre che a narcotizzare le nostre papille gustative (molti bambini si  rifiutano di mangiare l’hamburger preparato da mamma perché ha un  sapore“diverso” dal tipico sapore di untorifritto degli happypanini)</li>
<li> <strong>conoscere la stagionalità dei prodotti</strong> e usare quando  possibile prodotti freschi</li>
<li> <strong>conoscere i fondamenti dell’alimentazione</strong> (esistono svariate  piramidi alimentari, preparate per diversi stili alimentari, che sono un buon  aiuto) e applicarli abitualmente</li>
<li> non cadere <strong>vittima della pubblicità</strong>, dell’industria delle  diete, dei paradossi della fast culture,</li>
<li> <strong>pensare sempre prima di mettere nel carrello</strong> ciò che  mangerete, chiedetevi se vi piace, se contiene nutrienti che vi servono, se si  può facilmente abbinare ad altri cibi; gli alimenti da preferire sono quelli  che soddisfano tutte e tre le domande</li>
<li> <strong>variare sempre la vostra alimentazione</strong>, rispettando tutti i  gruppi della piramide</li>
<li> rendete le vostre <strong>scelte alimentari autonome e liber</strong>e da  automatismi pubblicitari</li>
</ul>

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<li><a href='http://www.psico-terapia.it/wp/118-i-giovani-italiani-linfarto-e-la-dieta-ricca-di-grassi.html' rel='bookmark' title='Permanent Link: I giovani italiani, l&#8217;infarto e la dieta ricca di grassi'>I giovani italiani, l&#8217;infarto e la dieta ricca di grassi</a></li>
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		<title>La gravidanza è un antidepressivo?</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2006 00:15:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Ravaldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Depressione]]></category>
		<category><![CDATA[Salute femminile]]></category>
		<category><![CDATA[gravidanza]]></category>

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La cultura popolare e i media descrivono la gravidanza come periodo di massima realizzazione e felicità nella vita di una donna. Attribuire al periodo della maternità soltanto aspetti e valori positivi, di cui non si può che essere contenti è tuttavia un modo [...]


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<p><img class="alignleft" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Gravidanza e depressione" src="http://www.psico-terapia.it/images/news/30.jpg" alt="" width="228" height="307" />La cultura popolare e i media descrivono la <strong>gravidanza come periodo di massima realizzazione e felicità nella vita di una donna</strong>. Attribuire al periodo della maternità soltanto aspetti e valori positivi, di cui non si può che essere contenti è tuttavia un modo superficiale e arbitrario di affrontare un momento evolutivo importante e complesso che appartiene come tale non soltanto al percorso di vita della donna, ma in senso più generale a quello del compagno e della famiglia nucleare.<br />
Di per sè <strong>la gravidanza è un momento molto delicato</strong>, sia dal punto di vista <span class="evid">psicologico</span> (cambiamenti legati al ruolo e all&#8217;assunzione di responsabilità, ri-esperienza degli antichi legami madre-figlia e familiari), sia dal punto di vista biologico e ormonale. Tali cambiamenti possono naturalmente modificare l&#8217;umore della donna, anche in donne che non hanno mai avuto <strong>problemi di ansia o di depressione</strong>, e provocano comunque un &#8216;fisiologico&#8217; e in molti casi fortunatamente passeggero stato di <span class="evid">stress psicofisico</span>, normalmente avvertito durante la gravidanza come <strong>difficoltà a riposare</strong>, presenza di <strong>pensieri e preoccupazioni legati alla maternità</strong>, maggiore <strong>suscettibilità</strong> nelle relazioni importanti e così via.<br />
Tutti questi cambiamenti nella maggioranza dei casi sono naturalmente accompagnati anche dalla <strong>gioia di diventare madri</strong> e di avere un figlio, e quindi durante l&#8217;attesa nella donna possono coesistere <span class="evid">emozioni, aspettative, stati d&#8217;animo contrastanti</span>, in modo del tutto fisiologico.<br />
<span id="more-149"></span>La <em>gestante mediatica</em> è però un concentrato di <span class="evid">dinamicità, felicità e onnipotenza</span> e sembra non soffrire di alcun tipo di turbamento: porta avanti tutte le sue attività col sorriso sulle labbra, non è mai stanca, lavora fino alla 38 settimana, segue una dieta per restare in forma, riduce al minimo il naturale e fisiologico aumento di peso, organizza perfettamente tutto il suo tempo, ed <strong>è sempre felice</strong>.<br />
Questa icona culturale da un lato, e la tendenza a sminuire i <span class="evid">cambiamenti emotivi</span> di questo periodo dall&#8217;altro hanno degli effetti importanti su come la donna sente di dover vivere la gravidanza; questi messaggi ambigui e superficiali amplificano il disagio nelle donne che non si sentono così euforiche (o che sono stanche, o che prendono peso), e promuovono l&#8217;instaurarsi di <span class="evid">un senso di vergogna o anormalità</span>, aumentando il <strong>disagio</strong> e rendendone difficile la condivisione all’interno della coppia, della famiglia d&#8217;origine e con le persone che più dovrebbero essere competenti in materia (ostetriche, psicologhe, personale medico).<br />
Molte donne durante la gravidanza sperimentano un senso di <span class="evid">inadeguatezza</span> rispetto al ruolo e al modello, e pensano che questo significhi non essere buone madri; percepirsi inadeguate è un importante e generico fattore di rischio per lo sviluppo di <strong>ansia</strong> o <strong>depressione</strong>, e primariamente provoca un senso di <strong>vergogna</strong> che spinge queste mamme al silenzio, impedisce loro di condividere quello che pensano con altre persone e instaura una classico meccanismo di pensiero a circolo vizioso (più penso di essere inadeguata più mi vergogno, più sto chiusa in me stessa, più aumenta l&#8217;angoscia e aumentano i pensieri negativi, più mi sento inadeguata….).<br />
Spesso sintomi inizialmente lievi vengono taciuti e possono provocare in seguito <strong>gravi situazioni ansiose o depressive</strong>, che si ripercuotono negativamente sulla salute della donna e sul benessere del bambino.<br />
Un importante giornale di medicina (JAMA) ha pubblicato in questi giorni uno <a href="http://jama.ama-assn.org/cgi/content/full/295/5/499" target="_blank">studio sulle donne in gravidanza</a>, andando a valutare cosa succede quando le mamme in attesa con storia di <span class="evid">depressione</span> affrontano la gravidanza.<br />
Contrariamente alle credenze popolari sul potere benefico della gravidanza sull&#8217;umore, si è visto che le ricadute depressive avvenivano nella metà dei casi. Tra questi, la percentuale più alta di ricadute si aveva nelle donne che non seguivano alcun trattamento (68%), ma era presente in percentuale non trascurabile (26%) anche nelle donne che seguivano una farmacoterapia.<br />
Questo studio è prezioso per creare una controcultura in grado di valutare con attenzione il <span class="evid">problema dell’umore durante la gravidanza</span>, sia nelle donne con precedenti problemi, sia nelle donne senza storia di disagio psicologico. Comprendere la complessità di un naturale percorso evolutivo, quale è la gravidanza e la maternità può rendere più facile sia l’approccio al disagio emotivo, sia la corretta prevenzione di <strong>ansia e depressione durante la gravidanza</strong>.</p>
<p class="piccolo">L&#8217;immagine è l&#8217;opera &#8216;Maternità&#8217; dell&#8217;artista <a href="http://www.lauradelucaandfriends.it/friends/vernaglia.htm" target="_blank">Renata Vernaglia</a>. Tutti i diritti appartengono ai legittimi proprietari.</p>

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